Testo e Significato di Il blues di Gundabad – Danno

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Testo e significato della canzone "Il blues di Gundabad" di Danno pubblicata il 06/02/2026 contenuta nell'album "AKA Danno" del 06/02/2026.

Cover dell'album 'AKA Danno' di Danno
Cover dell'album 'AKA Danno' di Danno

Testo "Il blues di Gundabad":

[Testo di "Il blues di Gundabad"]

[Intro]
Questo è il blues di Gundabad, Gundabad, Gundabad
Questo è il blues di Gundabad, Gundabad, Gundabad
Questo è il blues di Gundabad, Gundabad, Gundabad
Ehi

[Strofa 1]
Qua non c'è Dio, non c'è più speranza
Manca il lavoro e poi manca il decoro
La gente sogna il jackpot, poi muore alle slot o dal compro oro
Perdono i denti a sorsi di vino scadente bevuto attaccato ai cartoni
Mentre lo zingaro con le stampelle fa la pesca magica nei secchioni
Sbirri che fanno le ronde, soldati in assetto di guerra
Figli e figliastri, cani randagi, sorci, che posto di merda
Tutti coatti, tutti imbruttiti ma tutti che poi aspettano in fila
Per un biglietto che porta fortuna e che grattano zitti con la monetina
Banalità, mеdiocrità, somministrate come medicina
Sognano spiaggе bianche, con gli occhi crepati dalla cocaina
Pensieri malati, cattivi, torturano come aguzzini
Mentre la roba da mo che è tornata di moda ar giro fra i ragazzini
Cecità bianca come 'sta società in preda all'anaffettività
La tua faccia stanca, davvero pensavi che fosse la pubblicità?
La notorietà, la celebrità? E io che penso questo mondo è brutto
Questi pischelli non sanno più scrive, taggano male, bitano tutto
È come un lutto, genera mostri enormi, fuori dalla ragione
Parlano e pensano male, vivono peggio, senza una vera opinione
Schiumano rabbia, strillano in faccia a questa famiglia tradizionale
Col marito che ammazza la moglie di botte prima del telegiornale
Tu spara al nemico, spara ai barconi, spara addosso agli altri
Mentre vivi una vita di merda con tanto d'inchino per ringraziarli
Poi mettiti in fila, fatti una riga, convinciti che puoi salvarti
Mentre la vita di merda che vivi se la spartiscono ai piani alti

[Ritornello]
Questo è il blues di Gundabad, Gundabad, Gundabad
Canta adesso che poi te ne vai
Questo è il blues di Gundabad, Gundabad, Gundabad
Balla in mezzo a noi, con gli Uruk-hai
Seh, questo è il blues di Gundabad, Gundabad, Gundabad
Canta adesso che poi te ne vai
Questo è il blues di Gundabad, Gundabad, Gundabad
Balla in mezzo a noi, con gli Uruk-hai
Ehi

[Strofa 2]
Ma il generale dei miei coglioni odia quelli che chiama ricchioni
Io mi chiedo che cosa succede in segreto fra lui e i suoi commilitoni
Padri padroni, figli di mamma, uomini tutti d'un pezzo
Fieri di quello che c'hanno nei pantaloni e conoscono solo il disprezzo
Sognano il ratto delle sabine, ma sono dei ratti di fogna
La famiglia perfetta delle figurine mette la sposa alla gogna
Ed è una stronza se non ci sta, ma poi è una zoccola se te la dà
Tutto settato intorno a un concetto sbagliato e malato di virilità
Tutto è soltanto uno sfogo e parlano ancora di contro natura
Caccia di streghe per fare un rogo, io ci sputo su questa cultura
La tradizione del maschio che ficca, mentre la femmina deve stà zitta
Tu che ridi, io che piango e penso: è solo un'enorme sconfitta
Ma il generale della minchia dura parla a rotella e poi spara a razzo
Cazzate sulla razza italica e tratti somatici di 'sto cazzo
Xª Mas, tutti contenti, fuori puliti, ma dentro so' sporchi
Benvenuto fra gli Uruk-hai, Gundabad, terra degli orchi

[Outro]
Questo è il blues di Gundabad, Gundabad, Gundabad
Canta adesso che poi te ne vai
Questo è il blues di Gundabad, Gundabad, Gundabad
Balla in mezzo a noi, con gli Uruk-hai
Questo è il blues di Gundabad, Gundabad, Gundabad
Canta adesso che poi te ne vai
Questo è il blues di Gundabad, Gundabad, Gundabad
Balla in mezzo a noi, con gli Uruk-hai


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Possibile significato del testo di "Il blues di Gundabad":

Un blues amaro sulla città e sui mostri che genera

Il blues di Gundabad è uno dei brani più politici, cupi e simbolici dell’album AKA Danno. Il testo racconta una Roma trasformata in una terra oscura, violenta, disillusa. Il significato nasce dall’unione tra la realtà sociale che Danno vede ogni giorno e l’immaginario di Tolkien, usato come metafora per descrivere una società che ha perso empatia, lucidità e umanità. Gundabad diventa così il nome di una città reale e immaginaria allo stesso tempo: Roma come tana degli orchi, un luogo dove le persone sembrano guidate più dalla rabbia che dalla ragione.

“S’i’ fossi fuoco…”: la rabbia prende forma poetica

L’apertura del brano riprende volontariamente la struttura del celebre sonetto di Cecco Angiolieri, rielaborandolo in chiave moderna. Il fuoco, il vento, l’oceano e la tenebra sono simboli di una distruzione totale che però è solo metaforica. Danno non vuole radere al suolo la città: vuole mostrare quanto forte sia il bisogno di liberarsi dalla frustrazione, dalla miseria emotiva e materiale che osserva ogni giorno.

Una città che toglie, piega, lacera

Nella prima strofa Danno elenca tutto ciò che Roma, simbolicamente, gli ha sottratto: sogni, notti, lacrime. Il riferimento al Muro Torto non è casuale: è uno dei luoghi iconici della città, spesso legato a momenti di solitudine e riflessione. La città diventa un avversario, un’entità che ferisce ma dalla quale è impossibile separarsi. È una relazione tossica, come quella tra un figlio e una madre che ama e odia allo stesso tempo.

Gundabad come specchio della società

Danno spiega che ha scelto Gundabad perché, pur amando Tolkien, non sopporta l’appropriazione politica dell’immaginario fantasy operata da una certa destra italiana. Nel romanzo, Gundabad è la montagna da cui provengono gli orchi: un luogo ostile, oscuro, corrotto. L’artista paragona questo luogo alla sua città perché vede nelle strade odio, stress, aggressività. Per lui Roma è diventata una “terra degli orchi”, dove basta un niente per scatenare conflitti verbali e fisici, dove il rancore è normalizzato e l’empatia è scomparsa.

La miseria umana: gioco, povertà, dipendenze

La parte sullo “zingaro con le stampelle nei secchioni”, sulle slot machine, sui compro oro e sui bicchieri di vino scadente dipinge una città economicamente e moralmente stanca. Qui Danno non giudica: osserva. Le persone cercano fortuna in un biglietto da grattare, sognano vite lussuose mentre vivono tra precarietà, addizioni e frustrazione. È una fotografia sociale spietata ma reale.

“Cecità bianca”: un riferimento letterario preciso

Danno cita un’immagine simile a quella raccontata da José Saramago nel romanzo Cecità. Nel libro, una misteriosa epidemia trasforma le persone in ciechi che vedono solo una luce bianca accecante, portando la società al collasso e alla perdita totale dell’umanità. Danno usa questo richiamo per descrivere una società “affettivamente cieca”, incapace di mantenere rapporti sani o di provare empatia.

“Il sonno della ragione genera mostri”

La frase “genera mostri enormi” richiama l’incisione di Francisco Goya, simbolo della follia che nasce quando l’uomo smette di pensare. Per Danno questo è ciò che succede oggi: l’ignoranza alimenta odio, estremismi, violenza domestica, razzismo. Non a caso subito dopo racconta la tragedia quotidiana dei femminicidi, mostrando come la rabbia sociale colpisca soprattutto chi ha meno difese.

Violenza di genere e ipocrisia patriarcale

Nella seconda strofa il focus si sposta sulla mascolinità tossica. Danno attacca l’idea del maschio dominante, pronto a giudicare, possedere, punire. Il riferimento al “generale dei miei coglioni” richiama le posizioni omofobe di personaggi come Vannacci, ma più in generale rappresenta tutti coloro che usano ideologie arretrate per giustificare odio e discriminazione. Danno ribalta il concetto: non è virile chi domina, ma chi impara a non odiare.

La satira contro il suprematismo e la “razza italiana”

Quando Danno parla di “razza italica” e “tratti somatici”, prende di mira chi usa concetti razziali per definire identità nazionali. Ricorda come simili idee siano state alla base di regimi violenti e criminali, citando persino la Xª MAS, corpo militare fascista celebrato ancora oggi da alcuni ambienti estremisti. È una denuncia aperta: il passato non va romanticizzato, soprattutto quando è macchiato di crudeltà.

Gundabad come metafora politica e sociale

Il ritornello ripete “questo è il blues di Gundabad” come un mantra. È un modo per dire che ogni cosa detta prima fa parte di un lamento collettivo. La città è oscura, la società è arrabbiata, il clima generale è da assedio. Gli Uruk-hai – pur essendo tecnicamente diversi dagli orchi di Gundabad – rappresentano comunque la massa violenta e manipolabile, simbolo di un popolo che segue leader sbagliati e ideologie tossiche.

Blues, tango e pianoforte scordato: un suono di sofferenza

Danno racconta che il pezzo è nato da un campione di tango, poi trasformato in un blues sporco grazie all’intervento di Motta, che ha suonato un pianoforte volutamente scordato in stile Tom Waits. Questo dà alla canzone un’atmosfera decadente, perfetta per la rabbia e la malinconia del testo. È musica che fa male, perché nasce dal dolore.

Il significato generale: un urlo contro l’odio

Il blues di Gundabad non è un brano contro Roma, né contro qualcuno in particolare. È un brano contro il clima di aggressività, odio, ignoranza e frustrazione che Danno percepisce nella società italiana. Usa Tolkien per creare distanza e stile, ma parla del presente. È un blues perché è un lamento, un grido di chi vede il mondo diventare più buio ma non smette di raccontarlo. È la fotografia di un Paese che fa paura, ma anche il tentativo di non smettere di combattere contro i propri mostri.



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