Testo e Significato di Involucri – Rancore
Testo "Involucri":
A volte neanche tu ci credi invece basta una parola
Che detta alla maniera giusta curerà la paranoia
Le favole novelle nella guerra sono vana-gloria
Cercare le rotelle del cervello in una sparatoria
L'insolita violenza della vita gioca come a scuola
Da piccolo le lacrime sapevano di coca cola
Il mondo è diventato così libero, sei tu l'automa
Io, un'anima giocattolo trovata in un menù al McDonald's
La povertà di questa civiltà ci mette in gara e ci paragona
C'è chi si misura nella parsimonia chi ha paura di una Barbie -lonia
Ho tutta una poesia nеlle mie lunghe passеggiate in zona
Tu pensi sia una cosa stupida
Io quando chiudo gli occhi sento la musica
Ora guarda questa piazza di domenica che si colora
Di luce che fa un girotondo d'oro sembra una corona
Entriamo al bar un attimo e vediamo che c'è una signora
Ti giuro è da vent'anni che sorride eppure io la vedo sola
Io e te convinti ancora che le cose si facessero in due
Ma come degli involucri ci abbandonammo quaggiù
Ed eravamo andati via ancora prima dell'addio
Perché chissà dov'ero io, e poi chissà dov'eri tu
E a volte la domenica di notte esco di casa e vado sul muretto
Tu ormai ti sei abituata, infatti dormi mentre io litigo con il mio letto
A ogni bugia che dici provochi una divisione che ti taglia dentro
È come il peso netto degli involucri che fai quando tagli un etto
Sì ti ho tradita dalla vita e mi difendo quando mi diverto
Ed ho una sigaretta tra le dita mentre tu mi fai l'elenco di ogni mio difetto
Siamo umani unità biologiche ed incastri nei lassi di tempo
Anzi forse è un'illusione sia il tempo, sia gli spazi
E la polizia ti ha fatto foto con altri ragazzi, perché ci caschi?
Ma può darsi che entrambi stiamo recitando parti, dei ruoli falsi
Dimmi no, dimmi sì con astio
Ti dirò "sono strani i maschi"
Riderò, ma per finta, che ripasso Diderot o Stanislavskij
Voglio un oscar, proprio quello, perché ho sorriso pure qui all'inferno
Poi in Italia voglio nastri d'argento e fanculo pure un Donatello
Sviolinate con gli Stradivari e gli spari coi silenziatori
Perché insieme siamo straordinari, separati siamo soli
Io e te convinti ancora che le cose si facessero in due
Ma come degli involucri ci abbandonammo quaggiù
Ed eravamo andati via ancora prima dell'addio
Perché chissà dov'ero io, e poi chissà dov'eri tu
Perché chissà dov'ero io, e poi chissà dov'eri tu
Nel labirinto di cemento c'è un corridoio che comunica
Perché chissà dov'ero io, e poi chissà dov'eri tu
Se il letto era lo stesso ma ognuno in testa aveva un'altra musica
Musica (x5)
Un vicolo ci ha fatto da Cupido poi lo scambio con qualche tattica
Quando ci ripenso rido perché dico oddio se la vita cambia
Lo spaccio si è mischiato bene con il brutalismo degli anni '70
Ci voleva il verde per ossigenare tutto questo grigio ma non c'è una pianta
I nostri sogni viaggiano ma sempre verso gli angoli di quel lenzuolo
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Possibile significato del testo di "Involucri":
Cosa sono davvero gli Involucri: gusci, difese e personaggi
Nel testo di Involucri Rancore usa una parola semplice per raccontare una cosa complicata: tutto quello che ci costruiamo addosso per non farci male. Gli “involucri” sono maschere sociali, scuse, ruoli, abitudini automatiche. Proteggono, sì, ma a lungo andare possono anche spegnere il contatto vero con chi abbiamo davanti.
Uscita il 03/04/2026 in TAREK DA COLORARE e prodotta da Meiden e Jano, la traccia vibra in un periodo in cui la vita sembra sempre più veloce e più ansiosa. Rancore traduce quella pressione in scene concrete: piazze di domenica, bar, muretti, lenzuola, cemento. Il risultato è una canzone d’amore che parla anche di sopravvivenza emotiva.
La parola giusta contro la paranoia
L’apertura è quasi una promessa: a volte basta una parola detta nel modo giusto per “curare la paranoia”. Non perché la parola sia magia, ma perché cambia la lettura del mondo. La paranoia, spesso, è un montaggio mentale fatto di silenzi e interpretazioni: una frase chiara può tagliare il film e riportarti al presente.
Subito dopo, però, Rancore non fa il motivatore: “favole nella guerra” diventano vanagloria, cercare “le rotelle del cervello in una sparatoria” è un’immagine assurda. Significa che ci sono contesti - reali o interiori - dove la poesia da sola non basta. La canzone tiene insieme speranza e brutalità senza far finta che una cancelli l’altra.
Automi e “anima giocattolo”: quando l’identità diventa un gadget
“Il mondo è diventato così libero, sei tu l’automa” è una stoccata: libertà che somiglia a un loop. Poi arriva l’immagine più amara: “un’anima giocattolo trovata in un menù al McDonald’s”. È sentirsi ridotti a prodotto, a extra, a qualcosa di sostituibile. In questo quadro la “povertà di civiltà” non è solo economica: è povertà di senso, quella che ti mette in gara e ti costringe a confrontarti sempre.
Quando la vita diventa competizione, anche l’amore rischia di trasformarsi in classifica: chi ha ragione, chi fa di più, chi sbaglia meno. E gli involucri sono spesso la strategia per non perdere: ti chiudi, controlli, reciti, ma intanto ti allontani.
La piazza di domenica: luce, bellezza e solitudine
La scena della piazza che si colora di luce è un respiro. È la bellezza che arriva senza spiegazioni, come una “corona” improvvisa. Rancore ci dice che la poesia sta anche nel tempo lento: passeggiare, osservare, lasciare spazio alla musica “quando chiudo gli occhi”.
Ma dentro quella luce compare una signora che sorride da vent’anni eppure è sola. È un dettaglio che spacca tutto: puoi essere “a posto” fuori e vuoto dentro. Gli involucri non sono solo individuali, sono sociali: sorrisi di facciata, routine che coprono la mancanza di contatto reale.
“Le cose si fanno in due”… e invece ci si abbandona
Il cuore del brano è nel ritornello: “io e te convinti che le cose si facessero in due”, ma poi “come degli involucri ci abbandonammo quaggiù”. Qui l’involucro è ciò che resta quando il nucleo se ne va: abitudini, parole ripetute, presenza fisica senza presenza emotiva. Ed è devastante l’idea di essersi lasciati “ancora prima dell’addio”.
È un dolore contemporaneo: relazioni che non esplodono, semplicemente evaporano. Resti nella stessa stanza, nello stesso letto, ma sei già altrove. E quando arriva l’addio ufficiale, in realtà è solo un timbro su qualcosa che era finito da tempo.
Muretto, letto e contabilità dei difetti
La canzone entra in casa: lui esce la domenica notte e va “sul muretto”, lei dorme mentre lui litiga col letto. Non è solo insonnia: è distanza. È la fotografia di due persone che condividono lo spazio ma non lo stesso ritmo interiore.
Poi arrivano bugie, divisioni e il paragone con “il peso netto” quando tagli un etto: una bilancia emotiva. Ogni bugia è una sottrazione, un taglio che riduce l’amore fino a lasciarne solo il guscio. E gli involucri diventano pesanti proprio perché, quando restano soli, non hanno più niente da proteggere.
“Ti ho tradita dalla vita”: difendersi col divertimento
“Ti ho tradita dalla vita” è una confessione che non parla per forza di tradimento classico: parla di fuga. Divertirsi come bunker, leggerezza come scudo. Lui si difende mentre “si diverte”, lei fa l’elenco dei difetti: due strategie diverse per gestire la stessa ferita.
Qui gli involucri sono meccanismi di difesa: sarcasmo, fumo, ironia, attacco, controllo. Proteggono dalla vulnerabilità, ma al prezzo di costruire un muro. E più il muro cresce, più diventa difficile tornare a parlarsi senza ferirsi.
Recitare ruoli: Diderot, Stanislavskij e i sorrisi “da premio”
Quando Rancore cita Diderot e Stanislavskij, sta dicendo che nella vita spesso recitiamo. Nelle coppie succede più di quanto ammettiamo: a volte siamo “giusti” fuori e falsi dentro. E in mezzo c’è la paranoia dei ruoli sociali: foto, giudizi, parti da interpretare.
La lista di premi (Oscar, Nastri d’Argento, Donatello) è ironica e tragica insieme: vuole riconoscimento persino “qui all’inferno”, come se sorridere mentre soffri meritasse una medaglia. Ma la verità arriva secca: “insieme siamo straordinari, separati siamo soli”.
Labirinto di cemento e due musiche diverse nella testa
Nel finale compare il “labirinto di cemento” e un corridoio che comunica: una città che sembra un cervello. I corridoi sono tentativi di contatto, passaggi segreti tra due persone che si sono perse. E poi la frase che fa più male: “se il letto era lo stesso ma ognuno in testa aveva un’altra musica”.
Puoi condividere casa e abitudini, ma se non condividi la “musica” interiore - il modo di sentire - resti solo anche in due. La ripetizione di “musica” diventa un’eco: quando le parole finiscono, resta il suono di ciò che non riesci più a dire.
Cupido nel vicolo, brutalismo e sogni agli angoli del lenzuolo
L’ultima immagine è una foto di quartiere: un vicolo che fa da Cupido, poi la vita cambia e diventa “tattica”. L’amore nasce vero e piccolo, ma può perdersi nella gestione e nelle difese. Intorno c’è il contesto: spaccio e brutalismo anni ’70, cemento e grigio.
“Ci voleva il verde per ossigenare tutto questo grigio ma non c’è una pianta” parla di città e relazione insieme: il verde è respiro, cura, tempo lento. Se non c’è, si soffoca. E i sogni, infatti, viaggiano ma finiscono negli angoli del lenzuolo: restano intrappolati nei margini, nei non detti, negli involucri che abbiamo lasciato al posto di noi.
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