Testo e Significato di TUTTO È POSSIBILE – Geolier

Testo e significato della canzone "TUTTO È POSSIBILE" di Geolier ft. Pino Daniele pubblicata il 16/01/2026 contenuta nell'album "TUTTO È POSSIBILE" del 16/01/2026.

Cover dell'album 'TUTTO È POSSIBILE' di Geolier
Cover dell'album 'TUTTO È POSSIBILE' di Geolier

Testo “TUTTO È POSSIBILE”:

[Testo di “TUTTO È POSSIBILE” ft. Pino Daniele]

[Ritornello: Pino Daniele]
Nella vita che verrà
Sarai più giovane, amore mio
Tutto è possibile
Tutto è possibile
Tutto è possibile
Un fermo immagine

[Strofa: Geolier & Pino Daniele]
Nun rieste a galla quanno nuote
E ‘ncuollo tiene a tutte quante cu’tté (Mai)
Nun ce sta n’arma ca me salva da me stesso
Però senza murí o senza sapé (Yeah)
‘A vita perde ‘ncuoll’a chi cumbatte
E che ne saje si dimane pure ‘a luna vò brillà comme ‘o sole?
E che ne saje si dimane, mentre cade, volе?
E che ne saje si dimanе vene?
E che ne saje si dimane vince pure tu?
E che ne saje si sî nato overamente?
E che ne saje quanno chiove chi vò bbere?
E che ne saje chi overo te vò bbene?
Che ne saje, ca te pigle tutte cose?
Ca dimane vide ‘o munno ‘a coppa ‘e nuvole?
E ‘doppo nu poco po ce faje abitudine
Po vuò scennere pe nun credere
Fin quando tu c”a faje, nun mullà maje
Pecché nun saje quanto sta luntano chello ca vulesse

[Pre-Ritornello: Geolier]
Senza fà rummore
Quando pierde, te ‘mpare
Comme hê ‘a stà tu solo
Nun se presta nu suonno
Nun se chiudeno ll’uocchie

[Ritornello: Pino Daniele]
Nella vita che verrà
Sarai più giovane, amore mio
Tutto è possibile
Tutto è possibile
Tutto è possibile
Un fermo immagine


Possibile significato del testo “TUTTO È POSSIBILE”:

“TUTTO È POSSIBILE”: perché questo titolo parla a chi ascolta rap oggi

TUTTO È POSSIBILE non è solo il nome della traccia e dell’album: è un mindset. Nel testo l’idea di possibilità non suona come slogan vuoto, ma come presa di coscienza: la vita è imprevedibile, ti mette alla prova e, proprio per questo, lascia sempre uno spiraglio. Il ritornello (“Nella vita che verrà…”) apre un orizzonte quasi cinematografico: come se la canzone bloccasse il tempo in un “fermo immagine” e chiedesse all’ascoltatore di guardarsi dentro. E il significato scorre chiaro: non c’è promessa di miracoli, c’è l’invito a restare lucidi e a crederci comunque, perché gli incastri giusti arrivano quando continui a muoverti.

Napoli dentro le parole: il dialetto come verità emotiva

La colonna vertebrale del pezzo è l’uso del napoletano. Le frasi che martellano “E che ne ssaje…” fanno risuonare una domanda semplice e universale: chi può dirti davvero come andrà? In questo testo il dialetto non è un vezzo, ma un amplificatore di sfumature: taglia le frasi, accelera i ritmi, rende i concetti più corporei. Nel rap di Geolier, quella musicalità è una lama affilata che porta sul beat una sincerità immediata. Il napoletano qui diventa casa e sfida: appartenenza, ma pure voglia di parlare a tutti, oltre i confini di quartiere.

Il ponte con Pino Daniele: tradizione che vibra nel presente

La presenza di Pino Daniele come featuring pesa come un simbolo. È il dialogo tra due Napoli: quella del Neapolitan Power, cresciuta nel blues, nel jazz e nella canzone d’autore, e quella dell’urban di oggi. Il significato dell’incontro sta nel tono: un’eco calda e malinconica che abbraccia la grana più ruvida del rap. Non serve citare: basta sentire come l’idea di città si muove tra le righe – ferite e luce, precarietà e desiderio. È una benedizione artistica che fa suonare il messaggio senza scadere nella nostalgia: il futuro ascolta il passato e si assume la responsabilità di portarlo avanti.

Produzione e sound: Poison Beatz e Sottomarino costruiscono il “fermo immagine”

La base respira come un battito. Kick profondi, 808 controllati, un tappeto di synth larghi su cui la voce si appoggia e si strappa. Poison Beatz e Sottomarino lavorano per contrasto: momenti in sospensione, quasi muti, e ripartenze che allargano la scena. Quel “Un fermo immagine” sembra il taglio netto tra strofa e hook: una micro-pausa che crea aspettativa e poi libera la cassa. La produzione non distrae, accompagna il senso del brano: concretezza, attenzione alla parola, zero orpelli. È rap italiano 2026, ma con un gusto melodico che parla chiaramente napoletano.

Resilienza, colpa, redenzione: cosa dice davvero la canzone

Il pezzo mette a nudo l’alternanza tra fallimento e rilancio. “Nun ce sta n’arma ca me salva ’ra me stesso” è la confessione più dura: non c’è scappatoia quando il nemico sei tu. Però la risposta sta nel ritmo del brano: caduta, silenzio, ripartenza. L’insistenza su “che ne ssaje” cancella le profezie negative – non sai se domani cadi, ma non sai nemmeno se domani vinci. Questo è il cuore del significato: l’insicurezza non va negata, va attraversata. E chi lotta, anche quando non fa rumore, impara a stare da solo senza perdersi.

La figura dell’amore: più giovane “nella vita che verrà”

Nel ritornello l’amore non è zucchero, è rigenerazione. “Sarai più giovane” non promette di cancellare le ferite, promette di restituire freschezza allo sguardo. È un’immagine quasi spirituale: amare non ti rende invincibile, ma ti rimette in circolo. Qui la voce che canta apre un varco dal personale al collettivo: se si torna a credere nell’altro, allora tutto è possibile. La scelta di tenere il ritornello come un mantra crea memoria: lo canti, ti resta addosso, funziona in strada e allo stesso tempo sul palco.

“E che ne ssaje”: la poetica dell’incertezza come forma di forza

Ripetere quella domanda è un atto di resistenza. Non sapere è spesso il motivo per cui molliamo; qui diventa la ragione per provarci. Il testo trasforma la casualità del domani in carburante: se tutto può andare male, tutto può anche andare bene. Nella strada spunta il fatalismo; nella canzone, invece, si sente responsabilità. Non si delega al destino: si agisce, si impara, si tiene il tempo. Il messaggio si muove tra autoanalisi e ambizione, come capita a chi viene da contesti dove ogni passo pesa due volte.

Contesto: 2026, Italia, Rap Napoletano

Il brano esce in un’Italia che discute ancora di lingue, dialetti, identità. Il napoletano è entrato nel mainstream con discussioni accese, ma anche con un ascolto nazionale che non ha più paura di farsi contaminare. Questa traccia si inserisce proprio lì: lingua locale, cassa urbana, visione larga. L’incontro con l’eredità di Pino Daniele non è solo omaggio: è un modo per ribadire che la musica napoletana è una frontiera viva, capace di tenere insieme memoria e innovazione. Che sia radio, stadio o quartiere, il messaggio arriva.

Dal dettaglio alle immagini: lettura delle strofe

“Nun riest’ a galla quanno nuot’ e nguoll” dipinge chi lotta con l’acqua alla gola: il tempo che manca, i conti, la pressione. “Nun ce sta n’arma ca me salva ’ra me stesso” è l’ombra dell’auto-sabotaggio. Poi esplode la serie “E che ne ssaje”: la luna che vuole brillare come il sole, la caduta mentre “car’ vol” (carichi e voli), il dubbio se domani verrà davvero. È un catalogo di scenari opposti – caduta e riscatto, vittoria e distanza – che nel flusso del rap diventano un’unica marcia: non fermarti prima di sapere cosa succede davvero.

Immaginario visivo: nuvole, pioggia, abitudine

La penna costruisce fotogrammi. “O munn’ a copp ’e nuvole” è la tentazione di fuggire sopra la realtà. Ma “doppo nu poco poi ce faje abitudine” ti avverte: anche l’altitudine diventa routine, e la routine rischia di farti scendere per non credere più. È un colpo al nichilismo: l’ossessione della comfort zone. La canzone, invece, spinge a restare vigili. Il significato passa per immagini quotidiane e mitiche insieme – la pioggia, il bere, la luna – perché il rap vive quando la metafora è concreta.

Voce e performance: intenzione prima della tecnica

La delivery alterna fraseggi serrati e aperture melodiche. Le parole in napoletano scivolano sulle consonanti, colpiscono, poi si aprono in un hook che respira. L’interpretazione non cerca virtuosismi: cerca credibilità. Questo equilibrio tiene insieme Napoli e Italia, strada e grande pubblico. La presenza di una voce leggendaria in featuring rafforza l’idea che il pezzo vada oltre la stagione: non è solo banger del momento, è tassello di una narrativa più ampia sul modo in cui il rap partenopeo sta ridisegnando la scena.

Perché “TUTTO È POSSIBILE” funziona anche come titolo di album

Come titolo di progetto dice due cose: orizzonte e responsabilità. Orizzonte, perché apre a collaborazioni, generi e platee diverse. Responsabilità, perché chi scrive in dialetto e scala le classifiche sa che ogni parola pesa e rappresenta. In questo senso, il testo della traccia guida la lettura dell’intero lavoro: non è un’eccezione, è un manifesto. Nel 2026 il rap italiano ha bisogno di voci radicate e dialoganti: qui c’è entrambe le cose, e si sente.

Cosa ti porti a casa dopo l’ascolto

Una certezza paradossale: l’incertezza non è il nemico, è la prova. “Fin quando tu c’ha faje, nun mullà maje” è la barra che resta in mano. In testa ti rimane il mantra del ritornello e l’idea che, sì, TUTTO È POSSIBILE quando smetti di aspettare il momento perfetto e inizi a viverlo. È il genere di brano che vale per chi corre ogni giorno e per chi fa fatica a ripartire. Rap che non scappa dalla realtà: la guarda in faccia e le ruba un domani.




Se vuoi leggere altri testi e significati delle canzoni visita la nostra sezione dedicata ai testi di canzoni rap. Scopri discografie, album, crediti e molto altro di Geolier, Pino Daniele ed altri artisti. Non perderti i contenuti extra: seguici subito su Facebook e Instagram!