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Testo e Significato di Take 6 – Shiva


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Testo e significato della canzone "Take 6" di Shiva pubblicata il 25/11/2025 contenuta nell'album "Vangelo*".

Cover della canzone 'Take 6' di Shiva
Cover della canzone 'Take 6' di Shiva

Testo "Take 6":

[Testo di "Take 6"]

[Intro]
(Sei, sei, sei, sei, sei, sei, sei, sei)
Oh-oh
Voci gridano: "Sei"
Spezzo il pane coi miei
Ma non chiedo perdono (Let's go, let's go, bu, bu, bu)
Quaggiù niente è okay (Andiamo, andiamo, andiamo, andiamo)
Sto parlando agli dei
Chiedo solo uno stop

[Strofa 1]
Eh yo, bitch, s'è avverato ciò che ho detto (Esatto)
Mi han tradito ed è così che mi hanno eletto
Son tranquillo perché dove non arriverà il mio verbo (Ah)
Son sicuro che ci arriveranno presto le mie weapon
Miro a zona, sono l'ultimo profeta come Giona (Bu, bu, bu)
Sto scrivendo il mio vangelo con un flow della Madonna (Bu, bu, bu)
Dio m'ha dato dеi criteri, ma la violenza mi dona
Se in tеsta ho brutti pensieri, è colpa della corona (Santana)
Non so gestire la rabbia, non so vivere la noia
Per questo che spendo in troie, armi, farmaci e Daytona (Pow, pow)
Ho avuto cento ferite, perciò ho la fedina sporca (Pow)
Ho vissuto cento vite ed ognuna è stata corta
Tu, fra', invece statti accorto, sennò il tuo futuro è corto (Tu-tu-tu)
La mia bitch ha nuove tette, la mia Glock ha un nuovo corpo (Tu-tu-tu)
Vesto nero come un corvo, siamo armati in aeroporto
Sanno che sono il prescelto da quando sono risorto

[Ritornello]
Oh-oh (Let's go, let's go)
Voci gridano: "Sei" (Andiamo, andiamo, andiamo, andiamo)
Spezzo il pane coi miei (Andiamo, andiamo, andiamo, andiamo)
Ma non chiedo perdono (Bu, bu, bu)
Quaggiù niente è okay
Sto parlando agli dei
Chiedo solo uno stop (Andiamo)

[Strofa 2]
Punto primo: non ho più nemici vivi
Ma, se continui a mandarli, io continuerò ad ucciderli (Bu, bu, Milano)
In zona i miei ti tolgono i vestiti, gli orologi e gli orecchini
Come Francesco d'Assisi, senti bene (Esketit)
Lato oscuro qui lo opti, Shiva Obi-Wan Kenobi
Metto pali sui miei lobi, gialli, verdi o blu bondi
Santana, SMG lobby, gli altri rapper sono zombi
Attaccati alla bottiglia come i bimbi di Nairobi
Dito medio sui 12
Mi accusano soltanto per fermare il mio talento a tutti i costi
Io rispondo: "Matteo 5:14"
(Gli imperi messi sopra una montagna non posson restar nascosti, andiamo)

[Ritornello]
Oh-oh (Let's go, let's go)
Voci gridano: "Sei" (Andiamo, andiamo, andiamo, andiamo)
Spezzo il pane coi miei (Andiamo, andiamo, andiamo, andiamo)
Ma non chiedo perdono (Bu, bu, bu)
Quaggiù niente è okay
Sto parlando agli dei
Chiedo solo uno stop

[Outro]
(Sei, sei, sei, sei, sei, sei, sei, sei)


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Possibile significato del testo di "Take 6":

Take 6 è una dichiarazione di identità spirituale e bellica allo stesso tempo: Shiva costruisce un pezzo che alterna immagini sacre e riferimenti da strada, componendo un piccolo vangelo personale dove coesistono grazia, colpa e rivalsa. Il testo mette in scena voci che lo chiamano “sei”, il pane spezzato con i “miei” e un dialogo con gli dei, mentre il significato ruota attorno a una domanda semplice e arrogante insieme: il talento basta a giustificare il destino o servono prove concrete per credere?

Il numero come mantra: “Sei” e la struttura del brano

L’incipit scandito (“sei, sei, sei…”) funziona come un richiamo rituale. Il sei è il capitolo, il tempo di creazione, la tappa di un percorso in divenire. In questa chiave, Take 6 suona come una stazione del cammino: un punto in cui fermarsi, guardare le cicatrici, rivendicare la propria missione e chiedere – quasi pretendere – uno stop dall’alto prima di ripartire.

Pane spezzato e comunione di strada

“Spezzo il pane coi miei” ribalta un gesto antichissimo: non l’altare, ma il tavolo della crew. Il pane diventa codice di appartenenza: si condivide con chi ha fame di riscatto e con chi ha sostenuto il peso delle notti. L’assenza di richiesta di perdono (“non chiedo perdono”) chiarisce il tono: non confessione, ma testimonianza. L’artista non si assolve – si proclama.

Profeta riluttante: da Giona alla periferia

“Miro a zona, sono l’ultimo profeta come Giona” condensa bibbia e blocco. Giona è il profeta riluttante: chiamato, scappa; inghiottito dal grande pesce, riemerge e compie il compito. Shiva si riconosce nell’isolamento del chiamato e nell’ostinazione dell’uomo. Il parallelismo spiega la postura del brano: predicazione a colpi di rime, con la consapevolezza che la missione non cancella i demoni interiori.

“Vangelo” e “flow della Madonna”: sacro e profano nello stesso verso

Dire di star scrivendo il “mio vangelo” con un “flow della Madonna” è l’ossatura poetica del pezzo: la parola sacra diventa autorialità rap, il culto si fa tecnica. Le due immagini non si annullano, si potenziano. La rima dichiara che forma e fede sono strumenti della stessa opera – un testo che vuole essere letto come racconto fondativo di un destino artistico.

Corona e pensieri oscuri

“Se in testa ho brutti pensieri, è colpa della corona”: la corona è potere che pesa, ma anche maledizione. È l’oggetto che dona forza e, insieme, avvelena la mente. In questa immagine la leadership non è premiata con serenità – viene pagata con insonnia e paranoia. La richiesta di “uno stop” suona allora come bisogno di tregua, non come resa.

Rabbia, noia e auto–distruzione funzionale

Shiva ammette di non saper “gestire la rabbia” e “vivere la noia”. Ecco perché il denaro si fa anestetico: “troie, armi, farmaci e Daytona”. Non c’è romanticismo: è manutenzione di un motore sempre su di giri. La festa non è piacere, è protocollo di sopravvivenza per chi non conosce il riposo.

Ferite e fedina: la biografia in due barre

“Ho avuto cento ferite, perciò ho la fedina sporca / Ho vissuto cento vite ed ognuna è stata corta” riassume il paradosso del personaggio: moltiplicazione di esperienze e contrazione del tempo. Le vite “corte” parlano di frammentazione identitaria – ogni fase chiude bruscamente e lascia lividi che non spariscono dal casellario (né dalla memoria di chi ascolta).

Resurrezione e prescelta: un autoinvestitura

“Vesto nero come un corvo… Sanno che sono il prescelto da quando sono risorto”: la resurrezione è il ritorno in scena dopo la caduta; il nero, il colore totemico che certifica il lutto trasformato in uniforme. Non c’è attesa del riconoscimento altrui: l’elezione viene affermata dall’interno – e chi non la vede è invitato a guardare meglio.

Legge del blocco: precetti in punti

Nella seconda strofa, il tono diventa normativo: “Punto primo…”. Non è moralismo – è manuale di guerra. “Non ho più nemici vivi” è una hyperbole da rap che segna il campo: se le minacce continuano ad arrivare, continuerà anche la risposta. Il precetto non è sulla carta – è sul cemento.

Francesco d’Assisi rovesciato

“Ti tolgono i vestiti, gli orologi e gli orecchini – come Francesco d’Assisi” è ironia nera: il santo che si spoglia dei beni diventa metafora di una rapina che spoglia il prossimo. Il gesto spirituale viene capovolto per dire che qui il distacco dai beni non è scelta ascetica – è legge della strada.

Kenobi nel vicolo: pop culture e mitologia personale

“Lato oscuro qui lo opti, Shiva Obi-Wan Kenobi”: la saga stellare entra nel quartiere. L’eroe jedi diventa funzione retorica per raccontare l’equilibrio (o lo sbandamento) fra luce e buio. L’autore si muove su entrambi i piani: cita la cultura pop per spingere il proprio pantheon, dove santi e maestri di spada convivono.

Nairobi, bottiglia e condanna degli “zombi”

“Attaccati alla bottiglia come i bimbi di Nairobi” punta il dito contro l’apatia da sbronza dei rivali, paragonandola a una dipendenza disperata. L’immagine è volutamente scomoda: contrappone la tossicità di chi ostenta il bicchiere in mano al degrado di chi sniffa per anestetizzarsi – e avverte che in entrambi i casi la lucidità è assente.

Matteo 5:14 – luce del mondo e visibilità inevitabile

La citazione biblica (“Voi siete la luce del mondo… una città posta sopra un monte non può restare nascosta”) viene trasformata in statement: provare a spegnere Shiva è inutile perché la sua città – il suo impero – è già in cima, visibile per definizione. Qui il sacro è un amplificatore della fama, non il suo correttivo.

“Take 6” come capitolo di un vangelo artistico

Il titolo suggerisce take cinematografico ma, dentro l’estetica dell’album, suona come il sesto passo di un libro più grande. Ogni brano–capitolo aggiunge un precetto, una parabola, un’immagine. Questo episodio è teologico e brutale: preghiere tronche, colpi secchi, un coro che urla “sei”.

Voci nella testa e fede che chiede prove

Nella versione video, l’outro aggiunge uno strato: “Dio ha creato il mondo in sei giorni… la mia fede adesso ha bisogno di prove”. È il cuore del dubbio: quando il rumore del successo non basta più, si pretende evidenza dal cielo. Non è empietà, è fame di senso. Il rosario non pesa quanto le responsabilità, la croce non basta quanto le cause in corso: servono segni.

Armi, aeroporti e disciplina

Le immagini belliche (“weapon”, “Glock”, “armati in aeroporto”) non sono semplice estetica gangsta: sono allegoria di vigilanza. La sicurezza non viene delegata – è abitudine mentale. L’aeroporto, luogo di passaggio globale, testimonia che la guerra personale non ha confini: si viaggia senza mai abbassare la guardia.

Lingua, martellamento, ad–lib: la forma come contenuto

Il lessico alterna bibbia e slang, latrati di ad–lib (“bu, bu, bu”) e imperativi (“andiamo”). Il martellamento fonico crea trance: l’ascoltatore entra nel ritmo prima di cogliere il dettaglio semantico. È intenzionale: la forma non accompagna – guida. La predica è anche percussione.

Shiva tra destino e scelta

Nel pezzo convivono due teologie: la predestinazione (“prescelto”) e la responsabilità (“se continui a mandarli, io continuerò…”). Non è contraddizione: è il paradosso del rap adulto che si sente chiamato e, insieme, si sa artefice. La santità retorica non scioglie il libero arbitrio – lo esaspera.

Il ruolo di Drillionaire: spazio e pressione

La produzione lascia aria alle parole, ma spinge nei punti–chiave: colpi di cassa che enfatizzano i “sei”, pause che dilatano l’invocazione. Il beat è chiesa e ring: risuona la voce, ma si avverte la tensione. Così il brano regge il doppio registro – preghiera e minaccia.

Take 6 nel progetto “Vangelo*”

Dentro l’album, questo capitolo consolida l’iconografia: capitoli numerati, linguaggio biblico, cronache di quartiere, segni di ritorno (“sono risorto”). Non è solo marketing – è un modo coerente di leggere la biografia artistica: come un testo sacro sporco di realtà, dove accanto ai versetti restano le macchie d’inchiostro, di pioggia e di benzina.

Il significato complessivo di “Take 6”

Il testo di Take 6 mette in scena un uomo che si proclama profeta del proprio destino, con le mani ancora nere di asfalto. Non cerca assoluzioni: chiede solo che il cielo si fermi un attimo – “uno stop” – per riconoscere quello che ha costruito e quello che ha perduto. Il significato sta in questa frizione: tra vangelo e weapon, tra luce sul monte e blackout del cuore, tra coro che urla “sei” e bisogno di prove. È lì che Shiva firma il suo capitolo.



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