12/12/2025
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Testo e Significato di Un Altro Inferno – Paky
Testo e significato della canzone “Un Altro Inferno” di Paky contenuta nell’album musicale “GLORIA” di Paky del 2025.

Testo “Un Altro Inferno”:
[Testo di “Un Altro Inferno”]
[Strofa]
Non mi fido di nessuno, faccio la croce al contrario
Perché il Dio che ci ha creato è lo stesso che ci amma’
Non c’è luce in questo buio, scuro come il mio Velar
Il sole che mi ha riscaldato è lo stesso che mi ha acce’
E soffriremo in eterno
Dopo tutto questo ci sarà un altro inferno
Ci bruceremo all’interno
Su questa Terra ne stiamo pagando un’altra
L’asfalto che ho calpestato dopo mi ha calpestato
Ci ha sputato, ci ha sputato, ci ha baciato e ci ha sparato
Ci ha insegnato il reato e dopo ci ha ricattato
Siamo fottuti davvero se là sopra non c’è un cazzo
E, se c’è qualcosa davvero, chi sono io per meritarlo?
Siamo tutti peccatori per chi ci guarda dall’alto
Volеvo una giorno da re, mi aspetta una vita da schiavo
Avremmo spеzzato le sbarre se non fossero d’acciaio
E lo starei ancora abbracciando se non lo avesse l’asfalto
‘Sta vita ci ha consumato come la roba nel braccio
Ho dato via anche l’innocenza dentro una piazza di spaccio
Sono ancora tutto intero dopo quello che ho passato
E sono ancora incazzato dopo quello che ho incassato
È quasi finito il tempo
Mentre sto parlando, anche il disco sta finendo
Mi chiedi come sto, qua ci sta schiacciando il cielo
E dopo tutto questo ci sarà un altro inferno
Possibile significato del testo “Un Altro Inferno”:
“Un Altro Inferno” di Paky: lettura profonda del testo e del suo significato
Quando Paky pubblica “Un Altro Inferno” il 12 dicembre 2025, lo fa dentro un clima saturo di aspettative, tra strade che raccontano più di qualsiasi palcoscenico e tra un pubblico che cerca verità nuda. Il brano, parte di GLORIA, si appoggia a una produzione firmata da Dat Boi Dee, Kermit e ROOM9, e in poco più di un minuto condensa una visione cupa e lucida: la sofferenza che si ripete, la rabbia che non passa, la fede messa in discussione. In questo spazio breve, Paky costruisce un manifesto di sopravvivenza emotiva che parla direttamente alla scena Rap Italiano.
La cornice: Rozzano, la Torre, e un album che si chiama “GLORIA”
Il contesto di “Un Altro Inferno” è essenziale. L’album GLORIA nasce e viene presentato in mezzo alla gente, nel posto da cui Paky ha iniziato. Questa scelta non è scenografia: è dichiarazione. L’artista mette al centro il territorio e il suo fardello, facendo del pubblico parte della narrazione. Dentro questa cornice, la traccia finale del disco prende il ruolo di coda amara – un epilogo che, invece di chiudere, riapre la ferita.
Barre iniziali: sfiducia, simboli religiosi e il cortocircuito della fede
Paky apre con «non mi fido di nessuno» e con l’immagine della «croce al contrario». Non è blasfemia gratuita: è figura di rovesciamento. Il rapper dice che «il Dio che ci ha creato è lo stesso che ci ammazza» – una deformazione consapevole che racconta la sensazione di essere traditi dall’ordine superiore. Il testo mette in scena il cortocircuito tra salvezza e condanna, tra luce e accecamento («il sole che mi ha riscaldato è lo stesso che mi ha accec…»). L’effetto è una spiritualità ferita: la protezione promessa si trasforma in dolore.
Geometrie urbane: l’asfalto come maestro e carnefice
Il passaggio sull’«asfalto» è il cuore realistico della traccia. La strada «ci ha sputato, baciato e sparato»: tre verbi che mappano la relazione ambigua con il quartiere. Prima accoglie, poi punisce, infine ricatta («ci ha insegnato il reato e dopo ci ha ricattato»). La strada diventa istituzione che educa alla sopravvivenza – non a caso, la «piazza di spaccio» è il luogo dove si perde l’innocenza. Qui il significato sfonda: la strada non è solo background, è soggetto con volontà propria.
Colpa, merito, destino: «Siamo fottuti davvero se là sopra non c’è un cazzo»
La tensione teologica del pezzo passa dal dubbio radicale («se là sopra non c’è niente») al senso di colpa («siamo tutti peccatori»). Paky si chiede «chi sono io per meritarlo?» – interrogativo che scava nel concetto di premio e punizione. C’è la percezione di giudizio perenne «da chi ci guarda dall’alto», ma anche la consapevolezza di un destino scritto in basso: «volevo un giorno da re, mi aspetta una vita da schiavo». Il testo suona come resa amara alla sproporzione tra desiderio e realtà.
Immagini di perdita: sbarre d’acciaio, abbracci interrotti, braccia consumate
Le sbarre «d’acciaio» cancellano la fantasia di liberazione («avremmo spezzato»). L’abbraccio spezzato dall’«asfalto» suggerisce un lutto non esplicitato – un amico o un fratello strappato via. «La roba nel braccio» – immagine cruda – apre alla dimensione della dipendenza come consumo di vita. Ogni figura punta a un corpo che si consuma prima ancora dei sogni; la rabbia resta («sono ancora incazzato») perché il conto pagato («dopo quello che ho incassato») non ha pareggiato nulla.
Il tempo che finisce: dispositivo metatestuale
«È quasi finito il tempo… anche il disco sta finendo»: Paky rompe la quarta parete. Il brano si auto-commenta, inserendo la percezione dell’orologio che scorre. La traccia breve diventa allegoria della vita compressa, delle scelte forzate, della pressione che «ci sta schiacciando il cielo». È un modo per dire che la fine arriva mentre ancora si sta parlando, che il racconto corre più veloce del riscatto.
Struttura e suono: minimalismo aggressivo, produzione come lama
La produzione di Dat Boi Dee, Kermit e ROOM9 gioca sul minimalismo: pochi elementi, colpi secchi, basso che scava. Il mix lascia spazio alla voce, trasformando le parole in percussione. Questo assetto sonoro moltiplica l’impatto delle immagini: ogni pausa pesa, ogni frase rimbalza. La durata ridotta accentua l’urgenza: “Un Altro Inferno” è un colpo di frusta, non un monologo lungo – tempo breve, verità scomoda.
Rap Italiano e sociologia del quartiere: perché il brano parla forte
Nel Rap di Paky c’è la stratificazione tipica della periferia: famiglia, strada, fede, denaro, legge non scritta. Il significato del testo non abita morale facili: descrive un sistema dove la regola è adattarsi, dove l’asfalto insegna prima di punire. Il brano parla forte perché intercetta una generazione che ha visto il sogno urban trasformarsi in lavoro, conflitti, cicatrici. È una fotografia scattata senza filtro, rivolta a chi sa decifrare quelle immagini perché le vive o le ha sfiorate.
Lessico e figure retoriche: antitesi, ossimori, ripetizioni
«Il sole che mi ha riscaldato è lo stesso che mi ha accec…»: antitesi che rende visibile la doppia faccia della realtà. La ripetizione di «ci ha» costruisce un ritmo accusatorio, quasi un atto d’imputazione contro la strada. L’ossimoro tra «bacio» e «spari» tiene insieme affetto e violenza. La clausola «dopo tutto questo ci sarà un altro inferno» diventa refrain concettuale: non c’è catarsi, solo cicli.
Religione, peccato e sguardo dall’alto: una teologia della periferia
Paky non fa prediche: descrive. Il peccato è condizione, non colpa isolata; nasce dal contesto e dalla necessità. Lo «sguardo dall’alto» è insieme divino e sociale: giudice e pubblico. Il rovesciamento della «croce» segnala differenza e sfida. La domanda sul «meritarlo» – paradiso, pace, salvezza – resta sospesa e taglia il cuore del significato: se il premio non arriva, resta solo resistere.
La rabbia come motore: «sono ancora incazzato»
La rabbia è energia cinetica. Non glamour, non posa: forza bruta che tiene insieme le giornate, che spinge a lavorare, che impedisce di collassare. «Sono ancora incazzato dopo quello che ho incassato» ribalta la retorica del successo guarisce tutto: incassare non basta, la somma di colpi e denaro non chiude le crepe.
Il posto di “Un Altro Inferno” dentro GLORIA
Messa a fine tracklist, la traccia suona come ultimo sguardo nel buio prima di riaprire gli occhi su ciò che resta. Se GLORIA è un percorso che allarga la prospettiva dal singolo al collettivo, “Un Altro Inferno” è il promemoria che la comunità porta un peso comune. Funziona da cerniera: chiude il disco, ma rilancia il tema della responsabilità condivisa fra città, istituzioni e soggetti.
Parole chiave e immagini dominanti
Inferno come ciclo che si ripete; asfalto come maestro ambiguo; croce rovesciata come segno di disobbedienza; Velar come involucro scuro; schiavo vs re come antitesi sociale; piazza come luogo di scambio e di perdita; cielo che «schiaccia» come pressione sistemica. Tag che tornano e costruiscono una mappa semantica chiara.
Perché ascoltatori di rap si riconoscono
Perché qui c’è verità. Non retorica da slogan, non morale da cartolina. C’è la lingua del quartiere e la logica del conto: sbagli, paghi, riprovi. C’è il dubbio sulla fede e la certezza sulla fatica. C’è rabbia che non chiede scusa. In poco più di un minuto, Paky lascia segni che restano: difficile, diretto, senza fronzoli.
Una lettura del ritornello-concetto: «dopo tutto questo ci sarà un altro inferno»
Non c’è un vero ritornello cantato come nei pezzi radio. Qui il ritornello è concetto: l’idea che ogni fase dura poco, e che dietro l’angolo aspetta un’altra prova. È pessimismo? È lucidità. Il significato parla di resilienza sotto pressione: si va avanti, ma non si dimentica cosa costa.
Chiavi d’ascolto: cosa cercare nelle prossime play
Nota il respiro corto di ogni barra; la successione di verbi che marcano colpa e azione («sputato», «baciato», «sparato», «ricattato»); il taglio netto dell’ultimo segmento sul «tempo». Riascolta la linea del basso e come si apre spazio quando Paky spinge di più la voce. Segui le antitesi e chiediti dove, nella tua città, quelle immagini trovano specchi.
In sintesi
“Un Altro Inferno” è un testo breve che dice molto. Parla di fede incrinata, di asfalto che insegna e punisce, di cicatrici che non smettono di bruciare. La sua forza è nella schiettezza: niente ricette, solo realtà. È una chiusura che non consola e, proprio per questo, resta.
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