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Testo e Significato di Autovorbit – Caparezza


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Testo e significato della canzone "Autovorbit" di Caparezza pubblicata il 31/10/2025 contenuta nell'album "Orbit Orbit" del 31/10/2025.

Cover dell'album 'Orbit Orbit' di Caparezza
Cover dell'album 'Orbit Orbit' di Caparezza

Testo "Autovorbit":

[Testo di "Autovorbit"]

[Ritornello]
Tutti che mi chiedono: "Ma quando torni?"
Sto davanti ai loro occhi, ma fanno gli orbi
Out of orbit, out of orbit, out of orbit, out of orbit
Butto giù il gettone e oltrepasso i bordi
Schizzo fuori dai perimetri degli autoscontri
Out of orbit, out of orbit, out of orbit, out-out

[Strofa 1]
I ritorni sono deludenti come gli ex-amanti
Itaca è solo una ressa di bagnanti
Non ritorna il vecchio me negli altoparlanti
Non realizzo i desideri che avevo a vent'anni
Dio dei ricordi, la luce assorbi, "clorofeeling"
Invadi i miei giorni, li colonizzi
Ma sei parziale come le autobiografie e le opinioni dei genitori sui loro figli
Sereno da giovinetto, ma là non ci torno
Leggevo Braccio di Ferro negli anni di piombo
E mi sеmbra troppo stupido girarci intorno
Ho il cartello "Torno dubito" nel mio negozio
Pеrché l'unico ritorno che ha senso
È quello in territori in cui non sono mai stato
L'unico ritorno che ha senso
È quello in territori in cui non sono maestà

[Ritornello]
Tutti che mi chiedono: "Ma quando torni?"
Sto davanti ai loro occhi, ma fanno gli orbi
Out of orbit, out of orbit, out of orbit, out of orbit
Butto giù il gettone, oltrepasso i bordi
Schizzo fuori dai perimetri degli autoscontri
Out of orbit, out of orbit, out of orbit, out of orbit

[Strofa 2]
A furia di passi indietro tocchiamo la forca
Fino al Duce che diceva: "Indietro non si torna"
Fino alla prossima guerra che è una guerra prossima
Fino a che ritorna il Vietnam, ritorna Hiroshima
Fino prima del divorzio, del voto alle donne
Fino a guarire il morbo con il decotto e le foglie
Torna l'età della clava e degli ignoranti
Mi danno la nausea come i tornanti
Tornano figli prodighi, prodighi
Per appiccare fuochi, sì, Prodigy
Guardo dove punto l'indice, mica mi guardo i pollici
Cordoni come i nastri, propositi come forbici
In alto mi è rimasto uno spicchio di cielo
Parcheggio il mio Passat in un vicolo cieco
Ogni mio disco nuovo, canto del cigno di Čhecov
Dopo di che scompaio, ritorno nel mio angolo, piccolo geco

[Ritornello]
Tutti che mi chiedono: "Ma quando torni?"
Sto davanti ai loro occhi, ma fanno gli orbi
Out of orbit, out of orbit, out of orbit, out of orbit
Butto giù il gettone, oltrepasso i bordi
Schizzo fuori dai perimetri degli autoscontri
Out of orbit, out of orbit, out of orbit, o-bit

[Strofa 3]
Sta tornando il d'n'b, l'heavy metal, lo swing
A mancare d'appeal è la novità
Sta tornando il fascismo ed è world war 3
Prepariamo le Hotchkiss e le machine guns
Sta tornando la crisi, è a due passi da qui
Già si va da Wall Street alla Caritas
Al cinema danno un film, che è il remake di un film
Che è il remake di un film di trent'anni fa
(Nontor, nontor, nontor!)
Out of orbit
Out of orbit
Out of orbit

[Outro strumentale]


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Possibile significato del testo di "Autovorbit":

Con Autovorbit, Caparezza spara un manifesto in pieno volto: scegliere la traiettoria “fuori orbita” come unica via per restare vivo artisticamente. Il testo, pubblicato il 31 ottobre 2025 dentro Orbit Orbit e prodotto dallo stesso artista, mette in chiaro il suo rifiuto dei ritorni facili, della nostalgia zuccherosa e dei remake della propria immagine. Il titolo gioca con la pronuncia inglese di “Out of orbit”: un suono ibrido che diventa identità. Qui il significato ruota attorno a una scelta di campo: non rientrare nei circuiti prevedibili, ma starne fuori e spingere sempre più avanti.

Il titolo spiegato: dall’orbita alla fuga

La parola Autovorbit è una traslitterazione sonora di “Out of orbit”: letteralmente fuori orbita, metaforicamente fuori rotta. È un autoritratto in movimento. L’idea è semplice e radicale: non ricalcare orbite già tracciate, non orbitare attorno alle aspettative altrui. Anche nel fumetto collegato al brano, la frase “La delusione è un biglietto di solo ritorno” chiarisce la poetica di questa traccia: ogni ritorno verso ciò che si idealizza finisce per deludere. Meglio cambiare galassia che tornare al passato a cercare ciò che non esiste più.

Il ritornello come statement: “out of orbit” ripetuto come un mantra

Nel ritornello Caparezza prende di mira la pressione del pubblico: “Quando torni?”. La risposta è contenuta nel suono stesso - out of orbit - ripetuto come un mantra. L’artista è qui, visibile, ma molti “fanno gli orbi”: non vedono la sua presenza perché pretendono il vecchio format. La barra degli autoscontri e dei perimetri dice tutto: rifiuto del circuito chiuso, del girare in tondo. Butta giù il gettone, oltrepassa i bordi e va oltre le barriere del luna park musicale. È una poetica di uscita dal recinto.

Prima strofa: il ritorno come trappola emotiva

“Allaccia la nostalgia, stiamo per decollare e lasciarla a terra”. La prima strofa disinnesca la retorica del ritorno con immagini nette: gli ex-amanti e Itaca. Il paragone con la relazione che ricomincia e delude è brutale e realistico. Itaca, la patria di Ulisse, diventa una spiaggia affollata: il mito triturato dal turismo di massa. Il messaggio è chiaro: i ritorni rassicuranti sono spesso illusioni. Non torna “il vecchio me” negli altoparlanti, perché il vecchio me non esiste più - e inseguirlo sarebbe solo un gesto sterile.

Il dio dei ricordi e il “clorofeeling”

Caparezza parla a un “dio dei ricordi” che colonizza i giorni e assorbe la luce. È una personificazione della nostalgia che rende tutto parziale: come le autobiografie che si autoassolvono o i giudizi iperprotettivi dei genitori. Il neologismo “clorofeeling” suggerisce una fotosintesi emotiva invertita: invece di nutrire, la nostalgia toglie energia. Così l’artista sceglie di non tornare “là dove era sereno da giovinetto”. La pace vera non è dietro, ma avanti.

Cartelli in vetrina: “Torno dubito”

Un colpo di genio lessicale: invece del classico “Torno subito”, ecco “Torno dubito”. La battuta ha un doppio taglio. Da un lato: non è scontato che ci sarà un nuovo ritorno, ogni disco potrebbe essere l’ultimo. Dall’altro: la parola “dubito” è programma artistico. Ogni volta che riappare, Caparezza mette in discussione se stesso, cambia settaggi, rompe abitudini. Il ritorno, semmai, ha senso solo verso territori dove non è mai stato o dove non è “maestà”: cioè luoghi creativi in cui non è re, dove è costretto a imparare.

“Indice” e “pollici”: la bussola personale

La barra sull’indice e i pollici sintetizza la direzione: puntare in avanti invece che guardarsi addosso. Volendo, c’è anche l’eco del modo di dire “girarsi i pollici”, cioè non fare nulla. Il rapper non si attarda a contemplare se stesso - indica la strada e cammina. In scia: “Cordoni come i nastri, propositi come forbici”. Il passato è un cordone che va reciso, il proposito è l’atto che taglia. È chirurgia identitaria.

Passat nel vicolo cieco: parcheggiare il passato

“Parcheggio il mio Passat in un vicolo cieco” è un gioco a incastro perfetto: Passat suona come passato, e il vicolo cieco è il punto morto della nostalgia. Non c’è via d’uscita quando si resta ancorati a ciò che è stato. Da qui il tono autoironico subito dopo: ogni nuovo album come “canto del cigno” alla Čechov - come se ogni volta fosse l’ultima volta. È un modo per ricordarsi di mettere tutto sul piatto senza trattenersi.

Dalla sfera personale a quella sociale: i passi indietro che fanno male

La seconda strofa allarga il quadro: i passi indietro collettivi portano alla “forca”. La citazione al “non si torna indietro” pronunciato dal Duce ribalta i nostalgici di oggi con una punta di sarcasmo: proprio chi vorrebbe tornare indietro dimentica che quel motto esisteva già. La scrittura elenca ricadute storiche che nessuno vorrebbe rivedere: guerre che tornano dietro l’angolo, diritti che regrediscono, cure arcaiche al posto della scienza. L’idea è netta: ogni backward step costa sangue.

Figli prodighi e Prodigy: dal pulpito ai roghi

Quando “tornano i figli prodighi”, Caparezza gioca su due livelli. C’è il riferimento alla parabola e, insieme, il colpo di luce ai The Prodigy con l’eco di “Firestarter”. Il quadro è quello di un clima che rischia di incendiarsi - letteralmente e culturalmente - per la spinta ultraconservatrice e l’odio per il diverso. Il ritorno che paventa non è romantico, è un ritorno al rogo. Da qui l’urgenza del suo stare “out of orbit”.

Le Hotchkiss e l’ombra della guerra

“Prepariamo le Hotchkiss e le machine guns”: l’immagine richiama le vecchie mitragliatrici e le automobili che portano quel nome, evocando i primi Novecento e i conflitti mondiali. Il presente, nel brano, assomiglia a un deja-vu armato. Il gioco di parole sulla “prossima guerra” che è “guerra prossima” rende l’urgenza tangibile: la storia non solo può tornare indietro, ma sa farlo velocemente.

Braccio di Ferro negli anni di piombo

Una delle barre più efficaci incastra due metalli simbolici: la spensieratezza delle letture infantili - Braccio di Ferro - e la pesantezza degli anni di piombo. Il contrasto dice molto di come crescono gli artisti: da piccoli assorbi leggerezza, da grande realizzi il peso del contesto. Tenere insieme queste forze opposte è una delle cifre di Autovorbit.

Remake su remake: cultura che ricicla se stessa

La terza strofa inchioda un’altra tendenza: l’industria culturale che ripropone ciclicamente mode e film. D’n’b, heavy metal, swing che “tornano”, cinema che rifà un rifacimento. Il vero problema non è il passato in sé, ma la mancanza di novità con appeal. Qui il ritornello “out of orbit” torna come cura: non restare nel loop del riciclo, ma spostarsi dove le coordinate non sono già segnate.

World war 3 e la deriva ideologica

“Sta tornando il fascismo” non è solo provocazione. È la percezione di una stagione in cui revisionismi e nostalgie tossiche trovano spazio e consenso, mentre i conflitti si avvicinano a casa. Nominare una “world war 3” è un modo per alzare il livello d’allerta: se la storia si ripete, allora l’unica vera resistenza è cambiare orbita, rifiutare i percorsi già stabiliti e aprire spiragli di cielo nuovo.

“Nontor, nontor, nontor”: rompere il ciclo

Sul fondo del brano rimbalza una parola ripetuta, quasi un percussionista fantasma: nontor. È onomatopea e manifesto allo stesso tempo. Nella canzone, tutto parla di cicli - orbite, autoscontri, remake - ma quel “non torno” ripetuto è una crepa nel cerchio. È l’istante in cui si decide di sterzare, anche da soli, per non farsi inghiottire dal giro eterno.

La voce che cambia: “Michele in purezza”

Caparezza ha sottolineato che in Autovorbit cambia anche la voce: meno personaggio, più Michele. È un segnale forte, coerente con il racconto di un artista che fa i conti con l’età, con l’udito, con le aspettative esterne, e decide di non truccarsi per compiacere. La drum and bass del pezzo sostiene proprio questa franchezza: ritmo nervoso, grana ruvida, zero fronzoli.

Il collegamento al fumetto: Cuore di Catrame

Nel capitolo a fumetti associato, la frase chiave - “La delusione è un biglietto di solo ritorno” - incastra perfettamente la poetica del pezzo. Tornare indietro equivale a condannarsi alla delusione. In Autovorbit, la risposta è rimanere fuori orbita: non ricadere nelle nostalgie, non rifare il percorso. Perfino quando si torna da Darktar con i fumettisti, la scena degenera: il gruppo che doveva convincere senza combattere scivola nel saccheggio. Anche i compagni di viaggio possono deludere.

Outro strumentale e l’eco di “Fuori dal tunnel”

Nell’outro si insinua un’ombra melodica che richiama la hit di inizio anni 2000. Un richiamo sottilissimo, quasi un fantasma, che gioca col concetto di “fuori da…”. Ma non è un ritorno autoreferenziale, è più un gioco di specchi: riconosci il riflesso e capisci perché oggi lo rifiuta. Oggi la priorità è spezzare la routine, non rientrarci.

Il significato di Autovorbit in una riga

Se vuoi una sintesi: tornare indietro è una scorciatoia che porta alla delusione. Per questo Autovorbit sceglie l’orbita esterna e ci resta. È una poetica di sottrazione alla nostalgia e insieme un invito a cercare spazio nuovo, anche quando spaventa. In un’epoca di remake, revival e ritorni a catena, il gesto più rivoluzionario è deviare.

Perché questa traccia pesa nell’album

All’interno di Orbit Orbit, il pezzo è una cerniera tematica. Dopo aver raccontato come il fumetto ha salvato la vita, qui Caparezza affronta il lato oscuro dei ritorni: personali, culturali, politici. E decide di tenere la barra a dritta verso ciò che ancora non conosce. È un atto di coraggio artistico e umano. Il messaggio finale, senza fronzoli: rimanere “out of orbit” è l’unico modo per non diventare copia di se stessi.



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