Testo e Significato di STESSO DIO – Noyz Narcos


Testo e significato della canzone “STESSO DIO” di Noyz Narcos contenuta nell’album musicale “FUNNY GAMES” di Noyz Narcos del 2025.

Cover dell'album 'FUNNY GAMES' di Noyz Narcos in cui è contenuta 'STESSO DIO'
Cover dell’album ‘FUNNY GAMES’ di Noyz Narcos


Testo “STESSO DIO”:

[Testo di “STESSO DIO”]

[Intro]
Super baked, cotto a puntino
Borse con il materiale
Dietro l’ultimo scaffale del mio magazzino
Rocko tutto l’oro addosso per sentirvi più vicino
Faccio tutto il cazzo che sognavo da regazzino
Sine, dro-dro-drop the shit

[Strofa]
Il primo Rolex l’ho pagato du sacchi, chissà chi lo piagneva
Rote sgommano, schizzano sassi, la sala è già piena (Uh)
Sudano le mani, hai già sbrattato la cena di mami
‘Sti ragazzi pensano “‘Sti cazzi”, muoiono domani
Non senti più l’emozione, non aspetti più il finale
Ti alzi prima, al cinema non servono birre alla spina
Il tavolo con i fantasmi intorno (Oh), le pastiglie, il bica’
Dietro la finestra in para, come Malcom con il mitra
I pusher cercano le guardie, vendono la polverina GBL
Baby mama piange, gocciola ml
Scrivo per gli stronzi che conoscono il linguaggio mio (Uh, uh)
Sotto questo cielo nelle braccia dello stesso dio (Tu, tu, tu)

[Ritornello]
Super baked, cotto a puntino
Borse con il materiale
Dietro l’ultimo scaffale del mio magazzino
Rocko tutto l’oro addosso per sentirvi più vicino
Faccio tutto il cazzo che sognavo da regazzino
Super baked, cotto a puntino
Borse con il materiale
Dietro l’ultimo scaffale del mio magazzino
Rocko tutto l’oro addosso per sentirvi più vicino
Faccio tutto il cazzo che sognavo da regazzino


Possibile significato del testo “STESSO DIO”:

“STESSO DIO”: testo e significato dell’outro che chiude il cerchio

STESSO DIO è l’ultima pagina di “FUNNY GAMES”, un’outro asciutta e lucida in cui Noyz Narcos tira il fiato senza mai abbassare la guardia. Il pezzo, uscito il 28/11/2025 e prodotto da Sine, vibra come una polaroid scattata nel retrobottega: materiali nascosti “dietro l’ultimo scaffale”, oro addosso per restare in contatto con la propria gente, l’eco di sogni nati da ragazzino che adesso sono fatti. Qui l’hard reality di Noyz non è posa: è memoria, metodo, lessico. E in poco meno di due minuti fissa un manifesto di appartenenza – “sotto questo cielo, nelle braccia dello stesso dio”.

Il frame iniziale: magazzino, oro e desideri realizzati

L’incipit è cinematografico: l’artista si presenta “cotto a puntino”, circondato da borse con dentro ciò che non si mostra mai, e con catene e anelli a fare da ponti con chi ascolta. L’oro, in questo contesto, non è solo flex: è un modo per sentirsi “più vicino” al pubblico, come se il metallo fosse un cavo che porta energia in due direzioni. L’idea di avere un angolo nascosto – il magazzino – racconta la doppia vita di chi ha fatto strada partendo dal niente: ciò che è in vetrina e ciò che resta nel buio, con la stessa intensità.

“Du sacchi”: quando una parola di Roma pesa come una barra

“Il primo Rolex l’ho pagato du sacchi” è una riga che serve più cose insieme. Sul piano del testo, “sacco” è la misura romana per indicare mille euro: due sacchi – duemila – sono una cifra troppo bassa per un Rolex, e la battuta diventa ironia amara, quasi a suggerire che quell’orologio fosse passato di mano in modo torbido e, quindi, che qualcuno l’abbia “pianto”. Nel codice di Noyz, lo slang non è colore: è metrica della realtà, è geografia. Le cifre parlano il dialetto della città e, così facendo, attivano subito l’immaginario di chi conosce quelle strade.

Sala piena, stomaco vuoto: l’ansia da corsa lunga

Subito dopo la punchline sul Rolex, la scrittura gira sul corpo: mani che sudano, cena di mamma finita di traverso, gente giovane che tira dritta col pensiero “sti c***i” come se il domani non esistesse. È il paradosso del successo: quando la sala è “già piena”, il fisico tradisce; mentre tutto brilla, la nausea sale. Questo scarto tra immagine e sensazione è classico di Noyz: celebrare non elimina l’ansia, semmai la mette a fuoco.

La disillusione del cinepanettone: smontare l’attesa

“Non senti più l’emozione, non aspetti più il finale” – il riferimento al cinema è da vecchia scuola: il tipo che si alza prima, perché ormai sa come va a finire. Qui c’è la stanchezza di chi ha visto troppi titoli di coda per credere che ci sia una sorpresa all’ultimo. È un modo elegante per dire: l’adrenalina non basta più, servono altre leve.

Fantasmi al tavolo: sostanze, bicchieri e paranoia

“Il tavolo con i fantasmi intorno, le pastiglie, il bicchierino”: la scena è quella del doposhow – luci basse, residui chimici, presenze che pesano. E poi la barra che più ha fatto discutere: “dietro la finestra in para, come Malcolm con il fucile”. Noyz richiama l’iconica immagine del 1964 in cui Malcolm X, dopo le fratture con la Nation of Islam e sotto minaccia costante, scruta fuori dalla tenda imbracciando un’arma nella sua casa di Queens. Non è celebrazione della violenza: è il simbolo dell’assedio e della vigilanza, l’idea di essere costretti a difendersi persino nel proprio spazio. Dentro “STESSO DIO” quella metà riga porta tutto questo peso.

Polveri e misure: il dettaglio non edulcora

Quando entrano “la polverina” e le sigle dei liquidi, il racconto non fa sconti. La baby mama che “gocciola ml” sposta la camera sui conti della vita privata: amore, rabbia, preoccupazioni che non si fotografano su Instagram. È la cifra del rap italiano di Noyz: lo spazio personale si racconta con gli stessi termini tecnici con cui si misura la notte. Senza filtro.

“Scrivo per gli stronzi…”: chi è il destinatario

La penna lo dice chiaro: queste rime sono per chi parla la stessa lingua. Non solo lo stesso italiano, ma lo stesso gergo, lo stesso suono. È un patto con chi capisce il non detto e riconosce le coordinate. Quando poi arriva “sotto questo cielo, nelle braccia dello stesso dio”, il concetto si allarga: possiamo avere storie diverse, fortune opposte, ma stiamo tutti dentro la stessa cappa. È il modo con cui l’outro chiude “FUNNY GAMES”: ricollocando tutti nella stessa volta celeste.

Produzione: Sine rimette in riga il sangue freddo

La mano di Sine è chirurgica: batteria secca, basso controllato, pochi elementi ma piazzati in modo da valorizzare pause e immagini. Non c’è bisogno di fuochi d’artificio in un’outro: serve una base che regga la voce quando abbassa il tono, lasciando passare i pesi specifici delle parole. Questo è il ritorno all’alchimia storica Noyz–Sine: suoni scarnificati e un microfono che non concede scappatoie.

Il 2025 fuori dal vetro: perché questa barra oggi fa più rumore

Pubblicare un brano così a fine 2025, con un album che rilegge e aggiorna un immaginario brutale e coerente, significa rimettere al centro la realtà dura – crisi, marginalità, uso di sostanze, rapporti che si sfilacciano – senza estetizzarli. “STESSO DIO” non cerca assenso: mette a verbale come stanno le cose nel perimetro di Noyz, lo fa con sintassi impietosa e lascia che sia l’ascoltatore a trarne le conseguenze.

Riferimenti culturali: la finestra di Malcolm, l’eco della cronaca

La citazione di Malcolm X – l’attivista ripreso mentre controlla l’esterno stringendo un’arma – riporta la discussione su cosa significhi sentirsi nel mirino. Non è un richiamo casuale: quell’immagine è diventata un’icona della tensione tra autodifesa e minaccia, tra sguardo politico e necessità di protezione della propria casa. Dentro “STESSO DIO”, la similitudine trasferisce questo carico storico alla paranoia dell’artista contemporaneo: fuori può esserci di tutto, dentro devi restare vigile.

Linguaggio romano come termometro etico

La già citata riga dei “du sacchi” funziona anche come messa a fuoco etica: quando una parola in romanaccio entra in un testo, porta con sé tutta una cultura di strada – i modi di dire, le unità di misura, la spiccia verità della piazza. In quel significato c’è pure il sospetto di un oggetto “girato” e quindi rimpianto da qualcuno. Noyz non fa moralismo: registra il dato e passa oltre, coerente con un rap che preferisce i fatti alle prediche.

Temi ricorrenti: ansia, controllo, appartenenza

Se guardi il testo pezzo per pezzo, emergono tre assi. Primo: l’ansia fisica che accompagna il successo – mani sudate, stomaco in subbuglio, sala piena. Secondo: il controllo ossessivo – dalla finestra, dai tavoli, dalle forze dell’ordine che girano. Terzo: l’appartenenza – a un dialetto, a una città, a una comunità di ascoltatori che “conoscono il linguaggio”. In chiusura, il cielo unico riappiana le differenze: siamo tutti sotto la stessa volta, e sotto lo stesso dio.

Linea per linea: tre snodi chiave

“Il primo Rolex l’ho pagato du sacchi, chissà chi lo piagneva”: oltre al gioco di romanaccio sul denaro, la barra suggerisce che quell’orologio abbia una provenienza dubbia e che, da qualche parte, qualcuno ne stia ancora lamentando la perdita. È la realtà sporca che spesso alimenta gli status symbol nei racconti di strada.

“Dietro la finestra in para, come Malcolm col fucile”: il paragone richiama lo scatto del 1964, divenuto simbolo di autodifesa e di vita sotto minaccia. Qui serve a raccontare una paranoia concreta: quando senti il peso delle attenzioni – polizia, invidie, debiti e crediti – la casa smette di essere rifugio e diventa postazione.

“Sotto questo cielo nelle braccia dello stesso dio”: nonostante i destini diversi, il finale apre al collettivo. L’outro si allarga dalle vicende personali a una visione più ampia: gli errori, le colpe, i trofei – tutto resta sotto lo stesso tetto del mondo.

Perché questa chiusura funziona

Funziona perché è essenziale. In un disco pieno di featuring e immagini forti, l’ultima traccia torna al nocciolo: Noyz Narcos che parla chiaro su un tappeto Sine, senza pirotecnia. È la traiettoria di un artista che ha smesso da tempo di chiedere permesso e che, ancora oggi, affila il lessico per raccontare le stesse strade con nuovi dettagli. “STESSO DIO” è un sigillo: poche righe, ma pesanti, che restano addosso.

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