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Testo e Significato di Palese – Vaz Tè ft. Bresh


Testo e significato della canzone "Palese" di Vaz Tè ft. Bresh pubblicata il 13/02/2026.

Cover della canzone 'Palese' di Vaz Tè ft. Bresh
Cover della canzone 'Palese' di Vaz Tè

Testo “Palese”:

[Testo di “Palese” ft. Bresh]

[Ritornello: Vaz Tè]
Palese che alla gente piace se gli paghi le spese
Ne ho viste cambiare e ritornare le stesse
Io son fatto così, tu perdi interesse
Droppo la nuova shit senza il trip borghese
Provo a non farci caso, ma l’inganno si vede
L’inganno si vede, è troppo palese
Provo a non farci caso, ma l’inganno si vede
L’inganno si vede, è troppo palese

[Strofa 1: Vaz Tè]
Provo a sembrare calmo, ma lo scazzo si vede
Ti stai spaccando, dalla faccia si ve’
E tе dillo a tutti quando torni al paese
O non dir nientе, proprio niente di niente
Ho sempre torto se mi ricordo bene
E ricordo bene che ho dei nuovi re
Riguardo al mondo, prendo quello che viene
Ma non l’ho mai accettato così com’è
Detto con semplicità, sono sempre nel mio prime
Come quando ho fatto “Live and Die”
Non ho debiti col karma né puffi con la SNAI
Però a volte che ne sai
Due nell’occhio più della tua infamità
Della scuola che cade in via Podestà
Ci saranno entrati in cento, l’hanno spaccata a metà
C’è chi lo fa per niente o lo fa adesso per metà

[Ritornello: Vaz Tè]
Palese che alla gente piace se gli paghi le spese
Ne ho viste cambiare e ritornare le stesse
Io son fatto così, tu perdi interesse
Droppo la nuova shit senza il trip borghese
Provo a non farci caso, ma l’inganno si vede
L’inganno si vede, è troppo palese
Provo a non farci caso, ma l’inganno si vede
L’inganno si vede, è troppo palese

[Strofa 2: Bresh]
Palese, cani vanno in gloria se nessuno li prende
E quella scorciatoia non ti farà potente
Ora che queste voci non mi dicono niente, nessuno le sente
E stavamo con Ale con un letto in una camera
Dentro un matrimoniale, senza il video né una camera
Il fumo nelle scale, la squadra per una visita
La casa delle streghe, Drilliguria che ci abita
Non siamo uomini senza errori gravi, sì, a volte ci ricadi
I danni fatti, i danni ormai a volte li rifai

[Ritornello: Vaz Tè]
Palese che alla gente piace se gli paghi le spese
Ne ho viste cambiare e ritornare le stesse
Io son fatto così, tu perdi interesse
Droppo la nuova shit senza il trip borghese
Provo a non farci caso, ma l’inganno si vede
L’inganno si vede, è troppo palese
Provo a non farci caso, ma l’inganno si vede
L’inganno si vede, è troppo palese


Possibile significato del testo “Palese”:

“Palese”: quando la verità è sotto gli occhi e nessuno vuole guardarla

“Palese” di Vaz Tè con Bresh (prod. Chris Nolan) è un pezzo che mette al centro l’evidenza spesso ignorata: interessi, maschere, scorciatoie, dinamiche di quartiere e memorie di crew che crescono tra sogni e contraddizioni. Il termine chiave – palese – funziona come lente: tutto quello che i due raccontano era già lì, ma serviva qualcuno che lo dicesse con chiarezza. Nel brano convivono tensione personale, attitudine da strada e un’autoanalisi senza fronzoli, con un ritornello che torna come un avviso luminoso: l’inganno si vede, eccome.

Il ritornello: soldi, facciate e la promessa di non allinearsi

“Palese che alla gente piace se gli paghi le spese” non è solo un’iperbole: è una mini‑sociologia su come funzionano legami, reputazioni, appoggi. L’ammissione “droppo la nuova shit senza il trip borghese” è una dichiarazione d’identità: fare musica senza aderire al pacchetto di status, etichette e convenzioni. La ripetizione “provo a non farci caso, ma l’inganno si vede” descrive la frizione quotidiana tra la voglia di farsi i fatti propri e la lucidità con cui leggi i giochi degli altri. È, in pratica, la bussola morale del brano.

Stare calmi quando la rabbia bussa: il codice di Vaz Tè

Nella prima strofa l’artista prova a tenere un profilo basso (“provo a sembrare calmo”), ma “lo scazzo si vede”: il corpo tradisce ciò che la mente vorrebbe tenere dentro. La doppia opzione – “dillo a tutti quando torni al paese, o non dir niente” – fotografa un dilemma classico: esibire il risultato o proteggere il privato. Vaz Tè non gioca alla caricatura del vincente: “prendo quello che viene, ma non l’ho mai accettato così com’è”. È lo spirito di chi rifiuta la rassegnazione, anche quando “ha sempre torto” in una memoria che conserva colpe e lezioni.

Autocitazioni, prime infinite e rifiuto del debito

“Detto con semplicità, sono sempre nel mio prime / come quando ho fatto ‘Live and Die’”: la barra parla di continuità creativa e coerenza, non di nostalgia. Il rifiuto di debiti verso “karma” e “SNAI” (scommesse) toglie dal tavolo due narrative facili: non c’è provino all’universo né gioco d’azzardo col destino. Semmai, c’è l’idea che – a volte – “che ne sai”: un margine di imprevedibilità che non diventa alibi.

Genova dentro la penna: via Podestà e le scuole che crollano

Quando Vaz Tè cita “la scuola che cade in via Podestà”, non fa colore locale: fa cronaca emotiva. Le barre che seguono – “ci saranno entrati in cento, l’hanno spaccata a metà / c’è chi lo fa per niente o lo fa adesso per metà” – mostrano un ecosistema dove la rabbia si mescola con la mimesi: alcuni distruggono per noia, altri imitano a metà perché il contesto lo permette. È un ritratto crudo del rapporto tra ragazzi, spazi urbani, responsabilità collettive. Il tono resta asciutto: niente moralismi, solo fatti messi sul beat.

Il prezzo della verità: “due nell’occhio” e l’infamità

“Due nell’occhio più della tua infamità”: qui l’immagine è chirurgica. Meglio prendersi due colpi in faccia che convivere con la vergogna del tradimento. La barra ribadisce il codice non scritto che muove molte scene rap locali: puoi fallire, puoi litigare, ma la delazione – vera o simbolica – ti taglia fuori. È anche un invito implicito a scegliere il tipo di ferita con cui convivere.

Bresh: memoria di crew, percorsi sbagliati e resilienza

La strofa di Bresh è un controcampo: “cani vanno in gloria se nessuno li prende” fotografa il meccanismo delle scorciatoie – quando non paghi un prezzo, ti sembra gloria anche la via breve. “Ora che queste voci non mi dicono niente” racconta lo svezzamento emotivo: il rumore esterno diventa irrilevante quando trovi la tua frequenza. Poi il flashback con Ale: un letto in una camera, “dentro un matrimoniale” senza video né camera – zero glamour, zero storytelling, solo realtà di provincia e legami che si stringono in spazi piccoli.

Drilliguria, case stregate e la squadra chiamata per la visita

“La casa delle streghe, Drilliguria che ci abita” è un’immagine che tiene insieme folklore, crew e território (la Liguria drill raccontata come spettro che infesta scale e pianerottoli). La “squadra per una visita” – sanitaria o sportiva – suggerisce la formalità che bussa quando la vita informale ti è già esplosa in mano. Non c’è santificazione del passato: “non siamo uomini senza errori gravi… a volte ci ricadi”. La barra evita l’eroismo: riconoscere le ricadute è più onesto che costruirsi un alibi epico.

Il lessico dell’evidenza: quando dire è già fare

La forza del brano sta nella chiarezza: parole semplici, immagini immediate, riferimenti che non hanno bisogno di footnote. Vaz Tè lavora per sottrazione – togli, togli, resta l’osso – mentre Bresh allarga in orizzontale – aggiunge ambienti, persone, geografie. Un equilibrio che sta tutto nel titolo: “Palese” significa scegliere la chiarezza come estetica e come etica.

Produzione: il tocco di Chris Nolan tra spinta e aria

Chris Nolan costruisce un tappeto elastico che tiene insieme voce e racconto. Il drumkit è netto, il basso è presente senza ingombrare, i layer melodici funzionano come luci a neon: freddi, ma capaci di valorizzare parole e pause. Il ritornello ha timing radio, le strofe hanno densità da playback live. È la grammatica di un pop‑rap che non smussa il contenuto e non sacrifica l’energia.

“Trip borghese” e rifiuto del packaging

La frase “senza il trip borghese” è la chiave ideologica: non cedere alla tentazione di ripulirsi per piacere a tutti. Qui non si demonizza il successo – si rifiuta l’estetica finta che spesso lo accompagna. “Droppo la nuova” diventa allora un atto politico minuscolo ma concreto: lo fai come sei, nei tuoi panni, parlando al tuo pubblico primo, senza travestimenti.

Etica di lungo periodo: cambiare, tornare, restare se stessi

“Ne ho viste cambiare e ritornare le stesse” tocca la ciclicità delle mode, degli atteggiamenti, delle persone che vanno e tornano uguali. La risposta proposta è l’identità che dura: non una statua immobile, ma una direzione riconoscibile. È lo stesso nocciolo del “sono sempre nel mio prime”: non l’illusione di essere al top per sempre, ma la scelta di giocare ogni giorno come se fosse partita importante.

Immaginario locale, ricadute globali

Riferimenti a vie, scuole, camere condivise, case “stregate”: l’immaginario è locale e concreto. Ma la tesi è universale: la verità – quando la chiami – non ha bisogno di filtri. Il risultato è un brano che, pur radicato nel suo territorio, parla la lingua di chiunque abbia vissuto il circuito aspettative‑delusioni‑resilienza. E lo fa con una cura lessicale che predilige corto circuito e frasi‑proiettile.

Perché “Palese” resta

Resta perché consegna un manifesto d’onestà in tempi di storytelling aggressivo. Resta perché mette insieme due voci che sanno dosare energia e verità senza strafare. Resta perché ha un ritornello appuntito e strofe piene di specificità – nomi, luoghi, immagini – che rendono la canzone verificabile e, quindi, credibile. In un mare di pose, “Palese” sceglie la realtà: l’inganno si vede. E una volta che l’hai visto, fai fatica a tornare indietro.




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