13/02/2026
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Testo e Significato di VELENO – Nabi ft. Néza
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Testo “VELENO”:
[Testo di “VELENO” ft. Néza]
[Strofa 1: Néza]
Quante cose non san di me
Quante cose non san di te
Misteri e cose fan di te il mio desiderio più grande
Il mio desiderio più grande
E poi dimmi quante volte hai sofferto
E di come ti han trattato
Non so se farò di meglio
Ma farò solo in modo di non farti mai provare
Tutto il peso che mi sono dovuto portare dentro
Ma la penna mi conforta
Oggi non mi sento più in torto
Solo che vado avanti, che devo tenere forte
Dove mi han’ chiuso le porte
Han cercato di impedirmi di mandare avanti un sogno
[Ritornello: Néza]
Come son passati veloce gli anni
Quante cose mi son lasciato indietro
E il tempo corre di più in mezzo ai palais
M’ha raddolcito e fatto amare il veleno
Come son passati veloce gli anni
Quante cose mi son lasciato indietro
E il tempo corre di più in mezzo ai palais
M’ha raddolcito e fatto amare il veleno
[Strofa 2: Nabi]
Non svegliarmi, qua [?] con i cocci di vetro
È per questo che abbiam corazze e cuori di pietra
Perché nella vita noi non possiam tornare indietro
Perché qua, chi torna indietro, torna nella miseria
Ho le scarpe nuove clamo e non mi guardo allo specchio
Perché ho avuto troppo sangue sopra quella maglietta
Io non sarei in grado di riconoscere me stesso
Mi vergognerei di tutta quanta questa violenza
Sono sano ma senza regole
Vita mala, giù nei vicoli
Me la cavo tra le vipere
Un’arma mano per i microbi
[Ritornello: Néza]
Come son passati veloce gli anni
Quante cose mi son lasciato indietro
E il tempo corre di più in mezzo ai palais
M’ha raddolcito e fatto amare il veleno
Come son passati veloce gli anni
Quante cose mi son lasciato indietro
E il tempo corre di più in mezzo ai palais
M’ha raddolcito e fatto amare il veleno
Possibile significato del testo “VELENO”:
“VELENO”: tra fragilità, strada e redenzione emotiva
VELENO, pubblicata il 13 febbraio 2026 all’interno di DIAMANTE, vede Nabi e Néza unire due prospettive diverse ma complementari, immerse in un contesto urbano duro e segnato da ferite che non si rimarginano in fretta. Il titolo stesso, “VELENO”, suggerisce un elemento che corrode da dentro, ma che allo stesso tempo insegna a resistere. In un periodo storico in cui la musica rap italiana si muove tra introspezione e narrativa di strada, questo brano incarna entrambe le anime, raccontando un percorso di crescita costruito attraverso difficoltà, porte chiuse e ricordi che graffiano. L’atmosfera generale è cupa ma sincera, con immagini che parlano di dolori condivisi, segreti taciuti e tentativi di proteggere chi si ama dal peso del passato.
Una traccia dal cuore del progetto “DIAMANTE”
All’interno dell’album, VELENO è una delle tracce più emotivamente dense, capace di mostrare cosa significhi davvero portarsi dietro il proprio vissuto e trasformarlo in qualcosa di creativo. La canzone, prodotta da Ceva, si inserisce in quella parte del disco dove l’atmosfera si fa più introspettiva, rivelando ombre, fratture e consapevolezze. Il sound scuro, caratterizzato da un beat serrato e una produzione essenziale, lascia spazio alle parole, che colpiscono dritte e senza filtri. Il risultato è una fotografia emotiva nitida, amplificata dagli scambi vocali tra Nabi e Néza. Il fatto che il brano appartenga al cuore narrativo di DIAMANTE gli conferisce un’importanza particolare: qui il veleno non è solo sofferenza, è il materiale da cui si forma la durezza necessaria per sopravvivere.
Strofa 1 (Néza): il peso del non detto e la promessa di protezione
La prima strofa, affidata a Néza, apre con una confessione: “quante cose non san di me / quante cose non san di te”. Sin da subito, il focus è sul non detto, sul passato nascosto e sul valore delle esperienze che hanno formato entrambi. Néza parla di sofferenza, di porte chiuse in faccia e di un sogno ostacolato. Rivela vulnerabilità ma anche determinazione: non sa se saprà fare meglio degli altri, ma promette almeno una cosa, quella di non far pesare all’altra persona ciò che lui stesso ha dovuto sopportare. È un gesto di amore, ma anche di responsabilità. La penna che conforta non è solo lo strumento dello scrivere: è l’atto di raccontarsi per guarire. La lingua resta diretta, quasi cruda, mentre descrive il tentativo costante di andare avanti nonostante i blocchi e i fallimenti.
Il ritornello: il tempo che corre e la dolcezza del veleno
Il ritornello, cantato sempre da Néza, porta il concetto chiave del brano: il veleno come qualcosa che inizialmente ti ferisce ma che, con il passare degli anni, finisci per amare perché ti ha formato. “Come son passati veloce gli anni” non è solo malinconia: è presa di coscienza di quanto la crescita personale richieda tempo e rinunce. Le immagini dei “palais” – simbolo di quartieri popolari e contesti difficili – fanno da sfondo a un ambiente dove la vita scorre più in fretta, dove maturi prima perché devi imparare subito a difenderti. Il veleno diventa metafora delle lezioni dure, delle cicatrici interiori che col tempo rivelano un loro valore, quasi una dolcezza amara che ti accompagna.
Strofa 2 (Nabi): corazze, pietra e identità ferita
Nella seconda strofa, Nabi porta la narrazione in un territorio ancora più scuro. Tra cocci di vetro e cuori di pietra, l’artista descrive una realtà dove tornare indietro non è possibile: tornare indietro significa tornare nella miseria. Questa frase è una dichiarazione di guerra alla rassegnazione, al rimpianto. Le immagini sono forti: sangue sulla maglietta, lo specchio evitato per paura di non riconoscersi più. Nabi parla di violenza interiorizzata e normalizzata, di una vita vissuta tra vicoli stretti, vipere metaforiche e una quotidianità dove devi essere arma per difenderti dai microbi del mondo. È una strofa che racconta il lato brutale della crescita in strada, dove il veleno è parte del paesaggio e il cuore di pietra è l’unico modo per non crollare. Nonostante questo, l’artista si dichiara “sano ma senza regole”, una condizione paradossale che racconta la difficoltà di dare una forma stabile alla propria identità.
Le metafore principali: il veleno, i palais e lo specchio
Il brano utilizza tre immagini cardine. Il veleno, innanzitutto, come simbolo di tutte le esperienze tossiche che formano carattere e resistenza. È una sostanza che fa male, ma che, una volta assimilata, diventa parte del proprio equilibrio emotivo: un dolore che si è imparato a gestire. Poi ci sono i palais, termine che richiama contesti popolari e spazi urbani densi di storie difficili. Qui il tempo corre più in fretta perché la pressione sociale è costante e la vita richiede velocità. Infine, lo specchio, che Nabi rifiuta: l’incapacità di guardarsi allo specchio non è vanità, è paura. È la consapevolezza che ciò che si è diventati a causa del veleno e della violenza non coincide più con il volto che si aveva in mente.
La produzione di Ceva: un ambiente scuro che amplifica le parole
La produzione firmata Ceva costruisce un ambiente sonoro che accompagna perfettamente il tono emotivo dei due artisti. Il beat è cupo, profondo, con un ritmo che non lascia tregua. Non cerca di stupire con effetti complessi, ma gioca di sottrazione: il suono è minimale ma penetrante, come un battito costante che scandisce il peso delle storie raccontate. Le voci di Nabi e Néza sono in primo piano, e l’arrangiamento permette ai testi di respirare e colpire senza distrazioni. Questa scelta produttiva rende VELENO una traccia che non si limita a essere ascoltata: si sente sulla pelle.
Il rapporto tra Nabi e Néza: due prospettive per un’unica ferita
Uno degli aspetti più affascinanti di VELENO è il dialogo implicito tra le due voci. Néza porta un approccio più melodico e riflessivo, carico di sensibilità e desiderio di protezione. Nabi, invece, porta la realtà nuda e brutale della strada, con immagini che sanno di ferite aperte e identità frammentate. Le due prospettive si incontrano in un punto comune: il veleno, appunto. Entrambi lo hanno assorbito, entrambi hanno imparato a conviverci. Questo rende il brano un racconto a due strati: quello emotivo e quello crudo. Insieme, mostrano come il veleno possa scorrere in modo diverso nelle vene di chi lo vive, ma anche come possa portare a una forma condivisa di resilienza.
Il significato profondo: amare ciò che ti ha distrutto
Il cuore del brano sta nel paradosso: amare il veleno. Non significa elogiare le sofferenze, né romanticizzare traumi e difficoltà. Significa riconoscere che tutto ciò che ha fatto male ha anche costruito. Le cicatrici diventano quindi parte di un’identità più forte, più lucida. “Mi ha fatto amare il veleno” non è una resa, è un’accettazione del proprio percorso. In un mondo dove crescere spesso coincide con subire, questa frase racconta una verità potente: ciò che ti ha spezzato può anche diventare ciò che ti permette di stare in piedi. È un messaggio che parla soprattutto a chi vive contesti duri, dove la vita ti dà poco e pretende molto.
Un brano che colpisce pubblico e generazione
VELENO parla a una generazione cresciuta tra precarietà, velocità e necessità di reinventarsi continuamente. Parla a chi ha dovuto imparare a proteggersi, a chi ha sopportato il peso del passato e a chi ha sentito più volte le porte chiudersi in faccia. È un brano che non offre soluzioni facili, ma che permette di riconoscersi. Il veleno diventa così un linguaggio comune: qualcosa che ognuno porta dentro, in forme diverse, ma che accomuna chiunque abbia vissuto abbastanza da capire quanto costa crescere davvero.
Una chiave per leggere l’intero disco
Nel contesto di DIAMANTE, questa traccia mostra il lato più fragile e autentico del progetto. Se il diamante rappresenta la pressione che crea valore, VELENO rappresenta ciò che corrode e che, proprio per questo, costringe a diventare più resistenti. È un tassello fondamentale per comprendere l’album: senza veleno, non può esserci trasformazione. E senza trasformazione, non può esserci brillantezza.
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