04/02/2026
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Testo e Significato di AMO MILANO – Muretto Milano ft. Cuta
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Testo “AMO MILANO”:
[Testo di “AMO MILANO” feat. K Ross & Cuta]
[Intro]
Io, G. G., sono nato e vivo a Milano
[Strofa 1: K Ross]
Mi han chiesto il biglietto e era pluritimbrato (Ma dai), pensa che sfigato
Son sceso dal pullman, mi han pure picchiato, sarà per questo che amo Milano
I miei genitori mi guardano strano, però solitamente li ignoro
Perché a quasi trent’anni ancora non lavoro e ho una squadra fortissima in Pokémon Oro
Quando guardi me pensi: “Gesù Cristo”, c’ho la fronte alta, chiedo a Gesù il visto
Se parli di rap io non ti capisco, i miei fan su Insta si pompano il disco
Bro, non comprare quei follower, danno problemi, la gente consiglia
Son di Nuova Dehli, mica quattro scemi ma gli voglio bene, li chiamo famiglia
Da quando ho scoperto le femmine non limono più il postеr di Eminem
E purtroppo mi son rotto il tendine sеnnò, giuro, giocavo nel Manchester
In ‘sto posto mi sento sbagliato, sempre giudicato da quando son nato
Mi chiamo K Ross e vivo a Milano, io non mi sento italiano
[Ritornello: K Ross & Cuta]
Oh, minchia Luca, quanto cazzo amo Milano (Oh)
Non saprei, fraté, ci hanno appena rapinato (Aiuto)
Frate’, questo è il bello di essere italiano (E quale?)
È che a tutto ‘sto folklore non sono abituato (Eh già)
Oh, minchia Paolo, quanto cazzo amo ‘sto posto (Eh)
Ho la terza media e so a memoria il Padre Nostro (Amen)
Spenderò due pali per l’affitto a Gratosoglio
Non mi sento italiano e forse manco lo voglio (E io manco)
[Strofa 2: Cuta]
Bel sound, bravo, bel down, handicappato
Cerca una montatura, steppa al prossimo grado (Ehi)
L’ambizione qua è l’odio degli altri e se non ti ci vedi accecarti
Vedo i miei genitori avventarsi perché giochi ai Gormiti ai vent’anni
Siamo in così tanti rapper che quanti ne passano qui di cloni
Io mezzo genio, mezzo rapper
Perché ho il flow di Einstein e il QI di Tony (Effe)
Sì, sempre meglio che il Quirinale, cerco una Tesla su cui urinare (Pss)
Che spero proprio che sia la tua che con la paghetta fai il criminale (Stupido)
Io non mi sento italiano, perché i miei follow dovrebbero esserlo? (Eh?)
Quindi non sono bottato come Baby Gang solo ascoltato all’estero (Okay)
Io non mi sento italiano, se chiedo una mano lo Stato mi pacca
San Siro non l’ho mai sognato, il mio sogno è il sold out allo Stadio di Dacca (Ah)
[Ritornello: K Ross & Cuta]
Oh, minchia Luca, quanto cazzo amo Milano (Oh)
Non saprei, fraté, ci hanno appena rapinato (Aiuto)
Frate’, questo è il bello di essere italiano (E quale?)
È che a tutto ‘sto folklore non sono abituato (Eh già)
Oh, minchia Paolo, quanto cazzo amo ‘sto posto (Eh)
Ho la terza media e so a memoria il Padre Nostro (Amen)
Spenderò due pali per l’affitto a Gratosoglio
Non mi sento italiano e forse manco lo voglio
Possibile significato del testo “AMO MILANO”:
“AMO MILANO”: identità, ironia e appartenenza nella visione del Muretto
AMO MILANO, pubblicata il 4 febbraio 2026 dal collettivo Muretto Milano insieme a Cuta e K Ross, è un omaggio storto, ironico e affettuoso alla città simbolo del rap italiano. La produzione di Scrape crea un tappeto sonoro che rispecchia bene l’attitudine underground del Muretto: un luogo fisico e culturale dove generazioni diverse si sono confrontate in freestyle, battaglie e scambi creativi. La canzone non è semplicemente un tributo alla città, ma un racconto di vita urbana reale, fatta di paradossi, difficoltà, momenti assurdi e un legame viscerale che si rafforza proprio attraverso le sue contraddizioni.
La citazione a Giorgio Gaber e la scelta identitaria
Il brano si apre con una frase che richiama apertamente una pietra miliare della cultura italiana: “Io, G. G., sono nato e vivo a Milano”. Una rielaborazione evidente del celebre incipit di Io non mi sento italiano di Giorgio Gaber. Qui il riferimento non è solo un omaggio, ma una presa di posizione: i rapper del Muretto giocano con l’identità nazionale per ribaltarla e metterla in discussione. K Ross e Cuta, infatti, nel corso della traccia affermano più volte di non sentirsi italiani, un concetto che richiama lo spirito critico dell’autore milanese, ma reinterpretato in chiave contemporanea e urbana.
K Ross: un outsider che trova casa nel caos
La prima strofa di K Ross dipinge un quadro tragicomico della vita di un giovane cresciuto a Milano. La narrazione segue il ritmo di micro-sventure quotidiane: il biglietto pluritimbrato, l’aggressione scesa dal pullman, il sentirsi fuori posto. Questi episodi non sono raccontati come drammi, ma come elementi quasi folcloristici che paradossalmente alimentano l’amore per la città. Milano è dura, spietata, spesso ingiusta, ma proprio per questo diventa un luogo dove chi sopravvive sviluppa identità, carattere e resistenza.
La strofa mescola autoironia e vulnerabilità: K Ross parla del non avere un lavoro quasi a trent’anni, di essere giudicato dai genitori, di avere un team imbattibile in Pokémon Oro, della fronte alta per cui chiede simbolicamente “il visto” a Gesù. Sono immagini che disegnano un personaggio in bilico tra infanzia prolungata e vita adulta, tra aspettative esterne e una realtà personale che non combacia mai con quella altrui.
Il rapporto con la comunità e l’appartenenza alternativa
Uno dei momenti più significativi del racconto è quando K Ross parla dei suoi amici di Nuova Delhi chiamandoli “famiglia”. Questo passaggio esprime una verità molto forte nella cultura rap contemporanea: la famiglia non coincide necessariamente con le radici biologiche, ma spesso si costruisce vivendo la città, incontrando chi condivide gli stessi spazi e le stesse difficoltà. Milano, con il suo melting pot culturale, appare come un luogo che accoglie identità diverse e permette di creare legami trasversali. L’artista confessa di non sentirsi italiano, ma non per rifiuto del Paese: piuttosto, è un’affermazione identitaria che nasce dal sentirsi parte di una comunità diversa, autonoma, costruita dal basso.
Ritornello: amore e paradosso
Il ritornello, interpretato da K Ross e Cuta, è un’esplosione di contraddizioni. “Quanto cazzo amo Milano” arriva subito dopo essere stati rapinati, come se la città stessa fosse una creatura imprevedibile e irresistibile. Questa contrapposizione tra amore e disagio è il cuore del brano: ciò che fa soffrire è anche ciò che fa restare. Il “folklore” citato nel ritornello rappresenta la somma di assurdità, difficoltà, caos e diversità culturale che rendono Milano unica.
Siamo lontani dall’immagine patinata della “Milano da bere” o della capitale finanziaria: qui la città diventa un teatro urbano popolato da figure strampalate, situazioni limite e una quotidianità che non concede tregua. L’amore dichiarato nel ritornello non è romantico: è un legame viscerale, concreto, quasi tossico ma genuino.
Cuta: critica sociale e autoironia come arma
Nella seconda strofa, Cuta porta un tono più combattivo e satirico. Il suo linguaggio è tagliente, pieno di immagini che descrivono la pressione sociale, la competitività estrema del rap game, la sensazione di essere sempre circondati da copie e cloni. Milano viene descritta come una città dove l’ambizione è al tempo stesso spinta e ostacolata, dove l’odio altrui diventa benzina per migliorarsi.
La lista di immagini è un crescendo: genitori che giudicano perché giochi ai Gormiti a vent’anni, cloni che si moltiplicano come se la città fosse una fabbrica di rapper, paragoni tra il proprio QI e figure come Einstein o Tony Effe, e l’ironia feroce verso chi ostenta una criminalità da paghetta settimanale. Tutti questi elementi servono a raccontare una realtà assurda ma familiare a chi vive lo scenario urbano contemporaneo.
Identità e non-italianità come ribellione culturale
Uno dei temi chiave ribaditi più volte è il sentirsi “non italiano”. Non è un rifiuto politico, ma la rappresentazione di un distacco culturale da un Paese percepito come poco attento, poco solidale, distante dalla realtà dei giovani cresciuti tra precarietà e margini. Quando Cuta dice che non è “bottato” come certi artisti e che il suo pubblico è più all’estero che in Italia, sottolinea sia la frustrazione che l’orgoglio: essere apprezzati fuori dai confini nazionali diventa una sorta di rivincita simbolica.
Anche il riferimento al sogno di fare sold out allo stadio di Dacca, e non a San Siro, serve a ribaltare le narrazioni comuni: i luoghi del successo non sono quelli imposti dalla tradizione italiana, ma quelli che rispecchiano il mondo globale in cui questi artisti vivono e creano.
Milano come teatro di assurdità e possibilità
Nel complesso, AMO MILANO è un brano che racconta Milano in modo realistico ma esagerato, drammatico ma divertente, crudele ma accogliente. È la città dove puoi essere rapinato e cinque minuti dopo ridere con gli amici, dove vivono outsider, sognatori, rapper che si sentono non allineati, ma che proprio in questo scollamento trovano la loro originalità.
Il Muretto, simbolo storico dell’hip‑hop milanese, aleggia nelle parole e nelle atmosfere della traccia: è il luogo dove nascono i rapper che non si sentono rappresentati dalla nazione, ma dalla propria crew, dalla propria città, dal proprio percorso. È l’emblema di una Milano che non è per tutti, ma che sa diventare casa per chi riesce a leggerne il codice.
Il significato complessivo
AMO MILANO è una dichiarazione d’amore sbilenca ma sincera verso una città che divide, schiaccia, forma e consacra. Non idealizza nulla: racconta con ironia e realismo la vita di chi cresce ai margini della narrazione ufficiale, di chi non si riconosce nell’essere italiano ma si riconosce in una Milano vissuta, complicata, piena di contraddizioni.
È un brano che afferma un’identità collettiva nuova: quella dei ragazzi del Muretto, degli outsider che trasformano frustrazioni quotidiane in energia creativa, di chi ama Milano proprio per ciò che ha di respingente. Un amore che nasce non dal bello, ma dal vero.
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