13/02/2026
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Testo e Significato di Fatti miei – Cuta
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Testo “Fatti miei”:
[Testo di “Fatti miei”]
[Ritornello]
E non mi va di stare sempre solo a farmi i fatti miei
Se gli altri però poi lo fanno allora perché non dovrei
Che da solo io non basto, non bombardo, però ehi
Saran pure di qualcuno se non sono fatti miei
[Strofa]
Mamma ti guarda con la faccia stanca
Ti vede in preda ai problemi però rimanda, rimanda
Che non son problemi veri
Se, figlio mio, non si mangia, rimani pure depresso
Tanto cosa vuoi che cambia? Bene, tua mamma è l’Italia
Papà tornava ubriaco e ti pestava frustrato
E anche se il tempo è passato, restano le cicatrici
Ti senti in colpa ad odiarlo perché ogni volta ti dice:
“Per te ho fatto sacrifici”, tuo papà è gli Stati Uniti
E a scuola ti dicevano odia la Mafia
Tu pensavi: “Che merda la Mafia”
Però poi ti hanno assunto in quel posto perché tuo zio ci lavorava
Ti sei chiesto perché ha preso te e non una persona qualificata?
Perché a te te li può dare in nero, ma fai silenzio, basta che paga
Ma pensi se tutti lo fanno non è così ingiusto
Ti dici che forse così è inevitabile, invece che chiederti: “A cosa rinuncio?”
Non sei uno che il male lo vuole, ma manco uno che si oppone
Che accetta che quello che conta non è che sei nato, ma dove
[Ritornello]
E non mi va di stare sempre solo a farmi i fatti miei
Se gli altri però poi lo fanno allora perché non dovrei
Che da solo io non basto, non bombardo, però ehi
Saran pure di qualcuno se non sono fatti miei
[Outro]
Ci hanno detto: “Puoi essere tutto”
Per renderci niente, per renderci stupidi
Loro fan le guerre ma ci danno il lusso
Così sei incoerente se ti senti in lutto
Non sei così diverso da chi ti comanda
Non sei così diverso da ciò che comandi
I panni sporchi si lavano in casa
I soldi sporchi in quella degli altri
Possibile significato del testo “Fatti miei”:
“Fatti miei”: identità, ipocrisia sociale e il peso dell’origine nel racconto di Cuta
Fatti miei, pubblicata da Cuta il 13 febbraio 2026 e prodotta da NoSaintz, è una delle tracce più politiche, simboliche e profonde dell’album Paraculo. Diversamente dai brani più comici o autoironici del disco, qui il rapper usa una scrittura sociologica e metaforica per parlare di appartenenza, condizionamento sociale e responsabilità individuale. Il brano analizza come la vita di una persona sia spesso influenzata non solo dalle proprie scelte, ma dal contesto familiare, culturale e territoriale da cui proviene.
Il ritornello: curiosità, colpa e coinvolgimento
Il ritornello introduce immediatamente il tema centrale del brano: la tensione tra il desiderio di farsi gli affari propri e la consapevolezza che, di fatto, nessuno vive davvero isolato. “Se gli altri però poi lo fanno allora perché non dovrei” non è una giustificazione infantile, ma una riflessione sul conformismo. Cuta mette in discussione l’idea che i comportamenti individuali siano davvero autonomi: in una società dove tutti osservano, giudicano, imitano, è impossibile rimanere indifferenti. I “fatti miei” diventano inevitabilmente anche “fatti degli altri”.
Mamma è l’Italia: la metafora più potente del brano
La strofa si apre con un’immagine simbolica fortissima: la madre stanca che minimizza i problemi del figlio. Cuta non parla della sua famiglia, ma dell’Italia come concetto. La madre che dice “rimani pure depresso, tanto cosa vuoi che cambia” rappresenta un Paese che spesso non prende sul serio il disagio giovanile, relegandolo a un capriccio rispetto ai problemi materiali. È un ritratto amaro dell’Italia che sopravvive, resiste, ma non ascolta, non accoglie, non cura.
La frase “tua mamma è l’Italia” ribalta il significato del verso: ciò che sembra vicenda personale diventa denuncia culturale. L’Italia è madre, ma una madre stanca, che ha perso voce e sensibilità.
Papà è gli Stati Uniti: potere, contraddizioni e cicatrici
Cuta introduce poi un’immagine speculare: il padre alcolizzato che picchia, che giustifica la violenza con i “sacrifici fatti”. Questo padre non è una persona reale, ma la metafora degli Stati Uniti come potenza mondiale: autoritaria, invasiva, convinta di essere moralmente superiore anche quando fa danni. Le “cicatrici” rappresentano le conseguenze delle scelte politiche e sociali delle superpotenze sul resto del mondo.
In questo modo la strofa acquisisce una dimensione geopolitica: Cuta parla dell’Occidente come di una famiglia tossica, dove l’Italia è passiva e rassegnata e gli Stati Uniti sono violenti e dominanti.
La mafia e il paradosso italiano
Cuta continua con un’altra contraddizione sociale. Il sistema scolastico insegna a odiare la mafia, ma poi è proprio il nepotismo a salvare le persone nel mondo del lavoro. Quando il rapper dice “ti hanno assunto perché tuo zio ci lavorava”, mette a nudo uno dei problemi più radicati della cultura italiana: il confine fragile tra aiuto familiare e ingiustizia sociale.
Il nero, le raccomandazioni, il merito aggirato non sono fenomeni marginali: sono prassi normalizzate. La vera domanda che pone Cuta è: se tutti lo fanno, perché io dovrei comportarmi diversamente? È un interrogativo scomodo che evidenzia come la morale individuale sia spesso piegata dalla pressione del contesto.
Il conformismo come anestesia
Il verso “non sei uno che il male lo vuole, ma manco uno che si oppone” descrive perfettamente la condizione dell’italiano medio: non malvagio, ma neanche coraggioso. Più passivo che attivo, più spettatore che attore. Cuta dipinge un Paese dove la rassegnazione viene scambiata per saggezza e dove la sopravvivenza diventa più importante della giustizia.
Il punto chiave è che “non conta che sei nato, ma dove”: la geografia, più che il carattere, determina opportunità, limiti e compromessi. È un ritratto doloroso ma autentico di un’Italia intrappolata tra fatalismo e furbizia.
L’outro: uno schiaffo alla retorica occidentale
La chiusura del brano è una vera dichiarazione politica. Cuta critica la retorica motivazionale che promette che “puoi essere tutto”, rivelandone la manipolazione: non è un messaggio di empowerment, è un modo per far sentire in colpa chi non ce la fa. Secondo il rapper, questo sistema crea individui convinti di essere responsabili del proprio fallimento, mentre ignora le ingiustizie strutturali.
La frase “loro fanno le guerre ma ci danno il lusso” descrive il paradosso della società capitalista: mentre i potenti generano conflitti, la popolazione viene distratta con comfort e consumi, rendendo incoerente anche il dolore collettivo. È una riflessione amara e lucida sull’ipocrisia: non siamo così diversi da chi ci comanda, e i “panni sporchi” non vengono mai lavati nel luogo da cui provengono davvero.
Il significato complessivo
Fatti miei è uno dei brani più maturi e impegnati di Cuta. Qui il rapper smette completamente di scherzare e mette in campo una scrittura che somiglia più a un saggio sociale che a una canzone. Parla della famiglia come metafora del mondo, del nepotismo come forma di sopravvivenza, dell’Italia come madre incapace di ascoltare, degli Stati Uniti come padre violento e di una società che predica libertà mentre crea dipendenza.
Il brano è un invito a guardarsi dentro ma anche attorno: capire che i “fatti miei” non esistono davvero, perché ogni individuo è il prodotto del contesto in cui è cresciuto. Ed è anche una denuncia morale: non possiamo più fingere che il “male minore” sia una scelta neutrale. È un pezzo lucido, duro e necessario, che dimostra la profondità narrativa di Cuta.
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