05/02/2026
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Testo e Significato di Trofei – Glocky
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Testo “Trofei”:
[Testo di “Trofei”]
[Intro]
Yeah
Ah, ah
Ah, ah (Go)
[Ritornello]
Sono nato per fare ‘sta merda, fumare quest’erba e svuotarmi (Yeah, yeah)
È sempre lo stesso giro, lo faccio io e dopo lo fanno gli altri (Yeah)
Prendo dei nuovi diamanti (Yeah, yeah), devono odiarmi (Yeah, yeah)
Nuovi trofei (Yeah, yeah) coprono i tagli (Yeah, yeah)
Sono nello space, non mi parlare, non sono in Italia (Yeah, fuck)
Fanculo il tuo face, per metà dell’anno non sono in Italia
Non voglio vederti, non voglio parlarti, per te non ho tempo (Give no fuck)
Tutto ‘sto malessere viene da dentro, lo provo davvero (Give no fuck)
[Strofa]
La tua troia è al Pepenero (Yeah, bih), io sono vestito nero (Bih)
Se devo essere sincero, non mi piace nessuno per davvero (Give no fuck, bih)
Esco solo per dinero, esco solo per gli euro (Solo per soldi)
Voglio solo mila euro, voglio i milioni davvero (Yeah)
Prendo due Range, uno bianco ed uno nero (Skrrt)
Il mio contatto è a Palermo (Yeah)
Sono su un’isola, niente location (Yeah, yeah)
Anche se sono horny, non mando location
Queste troie faranno un set up (Queste troie)
Queste troie faranno un set up (Queste troie)
Sto scopando una troia col septum (Oh yeah)
Sto vestendo Balenciaga, seta (Balenci’, yeah)
Ho una borsa Balenci’, Balenci’, Balenci’ (Balenci’, Balenci’)
Boots Balenci’, Balenci’, Balenci’ (Balenci’, Balenci’)
Jeans Rick, Rick, Rick (Yeah)
A Parigi con una thick bitch (Yeah)
Dritto e rovescio topspin (Dritto e rovescio)
Fanno me, fanno un cosplay
Hi-Tech e Tris, non bevo Stilpane (Tech, Tris)
Ora sono ricco, sento ancora pain (Still pain)
Faccio sette pezzi, non gioco alla Play
Il mio G non si muove, sembra ha una paresi (Yeah)
Il mio G non si muove, sembra ha una paresi (Yeah)
Diventiamo miliardari
Mi piacciono i soldi e i vizi
Portami i soldi e sparisci
Cinque grammi non sono un cazzo per me, portamene altri (Give no fuck)
[Ritornello]
Sono nato per fare ‘sta merda, fumare quest’erba e svuotarmi (Give no fuck)
È sempre lo stesso giro, lo faccio io e dopo lo fanno gli altri (Give no fuck)
Prendo dei nuovi diamanti (Yeah), devono odiarmi (Give no fuck)
Nuovi trofei (Yeah, yeah) coprono i tagli (Yeah)
Sono nello space, non mi parlare, non sono in Italia (Give no fuck)
Fanculo il tuo face, per metà dell’anno non sono in Italia (Fuck)
Non voglio vederti, non voglio parlarti, per te non ho tempo (I said, “I give no fuck”)
Tutto ‘sto malessere viene da dentro, lo provo davvero (I said, “I give no fuck”)
[Outro]
OneFifty
Possibile significato del testo “Trofei”:
“Trofei”: edonismo, fuga e cicatrici nascoste nel singolo di Glocky
Trofei di Glocky (05/02/2026, prod. Dreiuz) mette a nudo una contraddizione centrale del rap contemporaneo: inseguire visibilità, denaro e status mentre il malessere continua a graffiare da dentro. Le immagini sono crude, dirette, spesso volutamente eccessive. L’estetica dell’ostentazione non è solo pose: è un alibi per non guardarsi allo specchio. In questo quadro, i “trofei” diventano la metafora chiave: oggetti d’oro usati come cerotti su tagli che non smettono di sanguinare.
Il manifesto del ritornello: “trofei” come anestesia emotiva
Il ritornello è un piccolo manifesto. Glocky dice di essere “nato per fare ’sta merda”, “svuotarsi” e ripetere “sempre lo stesso giro”. C’è una consapevolezza ciclica: qualsiasi conquista genera soltanto la necessità di una successiva. “Nuovi trofei coprono i tagli” riassume tutto: più premi, più copertura; non guarigione, ma travestimento del dolore. I diamanti che “devono odiarmi” ribaltano il senso classico del flex: l’ornamento non serve a piacere, ma a respingere, ad alzare muri verso gli altri.
“Sono nello space”: dissociazione e distanza
Il frame “non sono in Italia” non va letto solo alla lettera. È anche una fuga mentale: il bisogno di scollegarsi da tutto, di tenersi lontano da legami, richieste, spiegazioni. La ripetizione di “non voglio vederti, non voglio parlarti” ribadisce una ritrosia relazionale che non è aristocratico distacco, ma saturazione. In questo senso, “space” è la bolla in cui ci si nasconde quando il rumore di fuori diventa ingestibile.
Il lessico del lusso: brand come armature
Nella strofa, il catalogo di marchi (Balenciaga, Rick, Range Rover) funziona da linguaggio identitario. Non è un semplice inventario: è un modo di indossare armature. La seta, la borsa, gli stivali, i jeans di grido: ogni elemento disegna un guscio. Ma l’ossessione per la location negata e il timore del set up svelano il lato buio: quando l’intimità è percepita come minaccia, il lusso diventa trincea e la paranoia un riflesso automatico.
Soldi, vizi e il paradosso della sazietà
Glocky ripete di volere “mila euro… i milioni davvero”, ma subito dopo ammette che “ora sono ricco, sento ancora pain”. Ecco il paradosso: l’accumulo non placa la fame emotiva. Il denaro non sostituisce lo scopo, e l’assenza di scopo alimenta nuovi eccessi. È il classico loop edonistico: più ottieni, più devi alzare la dose per sentire qualcosa. Da qui la volontà di “svuotarsi” con musica, vizi, sesso, sostanze, viaggi: tutto pur di non restare soli con il silenzio.
La semantica della performance
“Faccio sette pezzi, non gioco alla Play” accoppia lavoro e ossessione. La produttività sostituisce la cura: produrre brani diventa un modo di evitare il confronto con sé stessi. A rafforzare il quadro c’è l’immagine “il mio G non si muove, sembra ha una paresi”: fissare scene, persone e sentimenti in uno stato immobile, come se l’ambiente circostante non reagisse più. È un congelamento emotivo che la musica prova a sciogliere, senza riuscirci fino in fondo.
La figura femminile: specchio della disconnessione
Le donne della strofa sono trattate come funzioni narrative: il loro corpo, i loro segni (septum), i contesti (Pepenero) vengono usati per parlare di disconnessione, non di desiderio autentico. Il sesso diventa anestetico — un gesto di distrazione che toglie ma non aggiunge. Anche qui il focus non è moralistico: il brano fotografa una condizione, quella di chi cerca calore con strumenti freddi e velocissimi.
“Give no fuck”: il grido dell’anestesia
La formula ricorrente è una corazza linguistica. Dire di “non fregarsene” è un modo per non sanguinare davanti agli altri. In realtà, la stessa frase “tutto ’sto malessere viene da dentro, lo provo davvero” scoperchia ciò che la corazza vorrebbe coprire: c’è sofferenza reale, non solo posa. È questa tensione tra dichiarata indifferenza e confessione di dolore a dare peso al pezzo.
Topspin, cosplay e altre immagini: il montaggio dell’ansia
“Dritto e rovescio topspin”, “fanno un cosplay”, i riferimenti a Parigi, alle borse e ai boots ripetuti come mantra: il testo lavora per accumulo. Scorrono scene veloci, in cui l’identità sembra cambiarsi d’abito di continuo. Il montaggio frenetico simula l’iperstimolazione: un mondo in cui ogni scelta deve colpire in un istante, perché l’istante dopo ce n’è già un’altra.
Lo spazio (non) sicuro: location negate e fiducia minima
“Non mando location anche se sono horny” fa emergere una paranoia strutturale: fidarsi è pericoloso, esporsi rovina, fermarsi espone. L’idea che “queste troie faranno un set up” è la versione hip‑hop di un riflesso antichissimo: non mostrare mai il fianco. Ma vivere in difesa perpetua trasforma ogni relazione in potenziale sabotaggio — e la solitudine diventa sistema operativo.
Il ruolo della base di Dreiuz: linea scura per un racconto cupo
La produzione è funzionale: cassa e rullante asciutti, basse grasse, poche linee melodiche a dare aria. Il beat non racconta storie in più, ma scava canali per la voce. La scelta di lasciare spazi tra le frasi enfatizza l’andamento a scatti della scrittura: barre che arrivano a ondate, come flashback o spike di adrenalina. È una tavolozza coerente con un pezzo che fa del peso specifico delle parole la sua arma.
Tra Italia e altrove: l’identità che scivola
La doppia menzione “non sono in Italia” e “per metà dell’anno non sono in Italia” gioca su due piani. C’è l’idea della scena italiana come luogo che ti lancia ma che devi abbandonare a periodi per respirare altrove; e c’è l’idea di una identità mobile, che salta da una capitale all’altra per cercare ossigeno. Questo senso di nomadismo aiuta a capire anche l’uso delle lingue e degli slang: l’ibrido linguistico è termometro dell’ibrido interiore.
“Nato per fare ’sta merda”: destino o autodeterminazione?
Il verso d’apertura del ritornello si può leggere in due modi. Da un lato, come fatalismo: sono così, punto. Dall’altro, come autodeterminazione: ho scelto di fare esattamente questo, con tutte le conseguenze. Il pezzo non offre una risposta unica; propone il dubbio, rendendolo credibile grazie all’onestà con cui mostra i costi della strada intrapresa.
Perché “Trofei” parla a chi ascolta rap
Perché evita il didascalico e accetta la complessità: il flex c’è, ma è pieno di spine; la durezza c’è, ma scricchiola; il “give no fuck” c’è, ma ammette di “provare davvero”. In tempi in cui l’ostentazione rischia di essere solo coreografia, Trofei rimette al centro il peso emotivo del personaggio. E funziona proprio per questo: non finge di avere soluzioni, mette a fuoco il problema.
Chiave di lettura finale
Se dovessimo condensare il brano in un’immagine sarebbe questa: una teca piena di coppe lucidissime, disposte a nascondere le crepe del vetro. Trofei è il tentativo (umano, riconoscibile) di reggere l’urto della vita con oggetti che brillano. Ma il brano suggerisce che la luce, da sola, non basta. E proprio in questo contrasto tra oro e tagli sta la sua verità.
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